HENRI PIRENNE.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Parte 3.
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1991, 2006 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-2613-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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LIBRO SESTO. LA NASCITA DEGLI STATI OCCIDENTALI.
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Capitolo primo. L'Inghilterra.
1. Prima della conquista.
2. L'invasione.
3. La Magna Charta.
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Capitolo secondo. La Francia.
1. Il re e i grandi vassalli.
2. I progressi della monarchia.
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Capitolo terzo. L'Impero.
1. Federico Barbarossa.
2. Fino a Bouvines.
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LIBRO SETTIMO. L'EGEMONIA DEL PAPATO E DELLA FRANCIA NEL tredicesimo SECOLO.
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Capitolo primo. Il papato e la Chiesa.
1. La situazione del papato nel tredicesimo secolo.
2. La politica dei papi.
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Capitolo secondo. Il papato, l'Italia e la Germania.
1. L'Italia.
2. Federico Secondo.
3. La Germania.
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Capitolo terzo. La Francia.
1. La Francia e la politica europea.
2. La civiltà francese.
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Capitolo quarto. Filippo il Bello e Bonifacio Ottavo.
1. I motivi della crisi.
3. La crisi.
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Fine Indice.
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LIBRO SESTO. LA NASCITA DEGLI STATI OCCIDENTALI.
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CAPITOLO PRIMO. L'Inghilterra.
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1. Prima della conquista.
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I regni barbari, affastellati sulle rovine dell'impero romano, avevano invano provato ad appropriarsi, insieme alle terre, del sistema di governo dello Stato. Si è visto come e perché i loro sforzi fallirono. Pipino il Breve e Carlomagno riuscirono a risollevare il potere regio grazie all'aiuto della Chiesa e si dedicarono, di comune accordo con lei, a fondare la società cristiana. La situazione sociale non gli permise di compiere questa missione. Gli sarebbe stato impossibile creare un'amministrazione monarchica, in un'epoca in cui la grande proprietà imponeva ovunque agli uomini il protettorato dei signori feudali. L'unità politica diede luogo alla frantumazione dello Stato in principati territoriali. I sudditi del re passarono sotto l'autorità di principi feudali e in realtà sono loro che, a partire dalla fine del nono secolo, assolvono al compito troppo pesante, che al sovrano è sfuggito di mano. Ma se pure il re permette che i principi governino in sua vece, continua tuttavia a regnare al di sopra di loro, e, fedele all'ideale carolingio, aspetta il momento in cui potrà esercitare la magistratura suprema, alla quale non ha rinunciato. Egli è quindi la grande forza politica dell'avvenire. Tutti gli Stati europei, senza eccezione, sono opera della monarchia, e in tutti, la rapidità e l'ampiezza dello sviluppo sono proporzionali alla potenza del sovrano.
È al termine dell'undicesimo secolo, vale a dire all'epoca in cui la nascita della borghesia mette fine all'organizzazione sociale dell'Europa, che la monarchia inizia a gettare le basi dei primi Stati degni di questo nome. Anche qui, il progresso è messo in moto dall'Occidente o, per dirla con più esattezza, dalla Francia. Così come il feudalesimo, la cavalleria e la riforma cluniacense si sono trasmesse dalla Francia agli altri popoli, è ancora in Francia che agiscono, o è dalla Francia che provengono le forze che creeranno i nuovi Stati. Il fondatore dello Stato inglese è un vassallo del re di Francia, e il regno di Francia è il primo, in ordine di tempo, degli Stati continentali. Ma il vassallo ha preceduto il sovrano, e quindi è importante iniziare dall'Inghilterra a delineare il quadro dell'opera politica della monarchia.
Di tutte le province romane, la Bretagna era stata l'unica, all'epoca delle invasioni, i cui abitanti avessero rifiutato di accettare la dominazione dei barbari. Dopo una lotta violenta, questi furono risospinti a ovest, nel paese del Galles e in Cornovaglia, dove il loro idioma celtico si è conservato fino ai nostri giorni, mentre altri emigravano in Armorica, che, da allora, prese il nome di Bretagna. Gli Anglosassoni, trovandosi soli nella loro nuova patria, poterono quindi conservare intatte le proprie istituzioni nazionali. I sette piccoli regni che vi fondarono, non presentano la minima traccia di quella romanizzazione che, dall'altra parte del canale, si impose in modo così totale ai sovrani germanici. D'altronde, la loro scarsa estensione li rendeva perfettamente adeguati a istituzioni, nate in seno a delle tribù, che non avrebbero potuto adattarsi a un grande Stato. Lo Stato germanico, la cui evoluzione in Germania fu arrestata dalla conquista franca, continuò quindi a svilupparsi liberamente in Inghilterra. Insieme al re, fu mantenuta l'assembea del popolo, il witenagemot, e magistrati popolari, gli ealderman, rimasero a fianco dei funzionari regi, gli sheriff. La cristianizzazione del paese, alla fine del sesto secolo, non modificò niente di essenziale in questo stato di cose. Senza dubbio la Chiesa portò nella nuova conquista la propria lingua, il latino, ma lo sviluppo nazionale era troppo estraneo alle tradizioni romane e la posizione geografica rendeva troppo difficile il contatto permanente con la Chiesa franca perché quella lingua potesse diventare, come sul continente, la lingua dello Stato. In Inghilterra, la Chiesa latina si comportò come la Chiesa greca, per gli stessi motivi, avrebbe fatto con gli Slavi nel decimo secolo. Accettò la lingua delle sue pecorelle, per necessità di evangelizzazione si introdusse immediatamente alla sua conoscenza, e, costretta a reclutare il clero tra i nuovi convertiti, gli insegnò a leggere e a scrivere nel loro idioma nazionale. Si sviluppò così, accanto a una letteratura dotta in lingua latina, una letteratura popolare in lingua anglosassone, ed è naturalmente questa lingua a venire utilizzata nella stesura delle leggi e delle usanze, che, sul continente, fu lasciata esclusivamente al latino. La Chiesa non esercitò quell'influenza dominante che le diedero i Carolingi neanche sull'organizzazione politica. La conversione non modificò minimamente il carattere germanico del paese.
La riunificazione di tutti i piccoli regni anglosassoni sotto il re della Mercia, Offa (a. 796) avrebbe senza dubbio aperto una nuova fase nella loro storia, quando i Normanni si abbatterono sull'Inghilterra. Dall'893, le loro invasioni si susseguirono quasi ininterrottamente ed ebbero come risultato l'insediamento sulla costa orientale dell'isola di una numerosa popolazione di origine danese. Il re Alfredo il Grande (a. 901) riuscì ad arrestare gli invasori ai quali cedette il Danelagh, vale a dire la regione situata a nord di una linea che andava da Londra a Chester. I suoi successori finirono addirittura col riconquistare questo paese. Ma alla fine del decimo secolo, Svend, re di Danimarca (a. 1014) viene in soccorso dei suoi compatrioti, conquista la Mercia, l'Estanglia e il Wessex e costringe il re Ethelbred a rifugiarsi in Normandia. L'Inghilterra si trovava così ricongiunta politicamente alla Scandinavia, i legami con la quale si consolidarono ancor di più sotto il figlio di Svend, Canuto (1035), che, come il padre, fu allo stesso tempo re d'Inghilterra e di Danimarca. Sono missionari anglosassoni quelli che, in questo periodo hanno portato il cristianesimo in Svezia e in Norvegia.
Ma questo stato di cose non poteva durare. Le forze della Scandinavia non sono mai state abbastanza ingenti da imporsi all'esterno. Accadde, all'espansione danese dell'undicesimo secolo, ciò che sarebbe accaduto a quella svedese del sedicesimo con Gustavo-Adolfo e del diciottesimo con Carlo dodicesimo. La potenza militare su cui poggiava si esaurì ben presto. Sotto i successori di Canuto, Harold e Harthacnut, la dinastia danese decade. Sul trono sale di nuovo Edoardo il Confessore, un principe anglosassone. La sua morte, senza figli, nel 1066, fu l'evento che decise delle sorti dell'Inghilterra e la fece entrare nella comunità europea, nei confronti della quale aveva persistito fino ad allora in un isolamento che non poteva prolungarsi oltre.
Infatti, la grande isola si congiunge naturalmente ai Paesi Bassi e alla Francia settentrionale, da cui non la separa che la scarsa ampiezza dello Stretto di Calais. È di là che le era venuta, con le legioni di Cesare, la civiltà, e con i monaci di Gregorio Magno il cristianesimo. Era stata necessaria la perturbazione dell'equilibrio del mondo provocata dal cataclisma dell'impero romano perché gli Anglosassoni potessero prenderne e mantenerne il possesso. La stagnazione economica dell'Europa, dopo il periodo delle invasioni e la scomparsa quasi totale del commercio, spiega molto semplicemente perché da allora abbiano intrattenuto con l'Europa cristiana rapporti esclusivamente religiosi. Carlomagno non pensò a riunirli all'impero e, dopo di lui, la debolezza dei suoi successori fu un nuovo motivo del perdurare del loro isolamento. Tuttavia, nella stessa epoca in cui le invasioni danesi li mettevano di fronte alla minaccia di una dominazione scandinava, il risveglio della navigazione iniziava a ristabilire tra loro e i vicini delle coste attigue alle Fiandre e alla Normandia, i rapporti che la vicinanza geografica imponeva. Dalla fine del decimo secolo, Bruges e Rouen intrattengono con l'Inghilterra una navigazione sempre più attiva. Con il ritorno di una civiltà più avanzata, l'ordine delle cose, così a lungo interrotto dall'invasione dei barbari, riprendeva il suo corso naturale.
La conquista normanna non è che la conseguenza e la consacrazione definitiva di quella che si potrebbe chiamare l'europeizzazione dell'Inghilterra. Se i fatti che la provocarono furono dovuti a circostanze fortuite, se la propensione dell'isola verso il continente avrebbe potuto senza dubbio determinarsi in maniera assai diversa da quella che conosciamo, essa tuttavia corrispondeva troppo profondamente alla natura, per non doversi compiere, prima o poi.
La casata ducale di Normandia era strettamente imparentata con Edoardo il Confessore, la cui madre, Berta, era una principessa normanna. Visto che non aveva figli, Edoardo aveva promesso la successione al duca Guglielmo, disponendo così del potere regale su cui, secondo la consuetudine anglosassone, solo l'assemblea del popolo poteva decidere. Questa non tenne in alcun conto la risoluzione del re. Alla sua morte (1066), elesse Aroldo, figlio di Godwin che, quando il debole Edoardo era ancora vivo, aveva svolto presso di lui il ruolo di maestro di palazzo. La guerra era inevitabile e sul suo esito non v'era dubbio.
In realtà, la monarchia anglosassone era molto debole. La vecchia organizzazione germanica, che in essa manteneva i suoi tratti essenziali, garantiva di fronte al re i diritti degli uomini liberi, ma condannava tutti - lui e loro - a un'identica impotenza. Sul continente, l'alta aristocrazia feudale aveva sminuito la posizione del re soltanto per accrescere la propria: la forza era passata dal sovrano ai principi territoriali. In Inghilterra, invece, la forza non era da nessuna delle due parti. L'aristocrazia che costituiva l'assemblea nazionale impediva il formarsi di un governo monarchico, senza poter governare a sua volta. Fedele alle vecchie usanze germaniche, era sostanzialmente conservatrice. Si componeva di proprietari terrieri di mediocre importanza, che vivevano del lavoro dei loro servi e dei loro clienti. Il sistema feudale, la cavalleria, erano sconosciuti. Gli earl e i thane anglosassoni, armati d'ascia e di spada, combattevano a piedi.
Politicamente e militarmente, la Normandia era superiore da tutti i punti di vista. Nella sua terra, dalla Canche alla Senna, il duca non contava alcun rivale. Come protettore della pace, si imponeva al popolo, come alleato, al clero, come sovrano, alla cavalleria e ai baroni che da lui ottenevano i feudi. Le proprietà, di cui gli esattori rendevano annualmente i conti al suo "scacchiere", erano un modello di buona organizzazione. I due grandi monasteri che il duca fece costruire a Caen, l'abbazia per gli uomini e l'abbazia per le donne, non dimostrano soltanto la prosperità delle sue finanze; la bellezza dell'architettura testimonia anche di un progresso sociale che colpisce ancor più se si pensa allo stato primitivo in cui si trovava ancora a quell'epoca l'architettura anglosassone. Mentre in Inghilterra la cultura letteraria era scomparsa dalla Chiesa, nel marasma delle invasioni scandinave, il clero normanno si distingueva per scrivani come sant'Anselmo e Orderico Vitale. Infine, la potenza militare del duca faceva paura. All'epoca la cavalleria normanna era incontestabilmente la prima. Basta ricordare le imprese straordinarie che compì in Italia per rendersi conto del suo valore. Si sarebbe lanciata con entusiasmo in una conquista che le avrebbe permesso, dall'altra parte della Manica, avventure e profitti brillanti, come quelli che Roberto il Guiscardo e i suoi compagni avevano trovato in Sicilia. Ma Guglielmo non fece appello soltanto ai suoi vassalli. Cavalieri e avventurieri francesi e fiamminghi vennero in gran numero a unirsi a loro. L'invio di un vessillo da parte del papa dava alla spedizione un tono da guerra santa, che contribuiva ad accrescere l'ardore dell'armata.
Non avendo flotta, gli Anglosassoni non poterono opporsi allo sbarco. I Normanni approdarono sulla pianura di Hastings, il 13 ottobre 1066 e l'indomani marciarono contro il nemico. Aroldo aveva preso posizione sulla collina di Senlac, al riparo di palizzate che costrinsero i Normanni a combattere a piedi. Dopo un duro attacco corpo a corpo, la loro vittoria fu completa. Aroldo rimase tra i morti; quelli che non perirono in battaglia compresero che un'ulteriore resistenza era inutile. La giornata aveva consegnato l'Inghilterra a Guglielmo. Qualche settimana dopo, egli si faceva incoronare nell'abbazia di Westminster e per prendere possesso del resto del regno non ebbe da far altro che percorrerlo. Gli Anglosassoni che avevano lottato così a lungo contro l'invasione scandinava, si piegarono senza indugio all'invasione normanna.

2. L'invasione.

L'invasione, infatti, fu la conseguenza della conquista e non poteva essere altrimenti. Per conservare il regno al quale era completamente estraneo e di cui non conosceva neanche la lingua, Guglielmo era costretto a mantenervi una guarnigione permanente di Normanni, e ciò, nella situazione economica dell'epoca, era possibile soltanto sguinzagliando tra la popolazione conquistata una quantità di gendarmi della corona. Questo mescolarsi dei vincitori tra i vinti assomiglia molto da vicino alla colonizzazione della Gallia meridionale, della Spagna e della valle del Rodano da parte dei Visigoti e dei Burgundi del quinto secolo. Ma il risultato fu assai diverso. Mentre i barbari, a contatto con una popolazione infinitamente più civile di loro si romanizzarono immediatamente, solo a gran fatica i Normanni si fusero con la massa anglosassone che li circondava. La causa principale di ciò sta evidentemente nella superiorità della loro civiltà. A questo si aggiunga l'afflusso costante di forze fresche che, fino alla fine del dodicesimo secolo, ricevettero non soltanto dalla madre patria, ma, a partire dalla dinastia dei Plantageneti, anche dal Poitou e dall'Aquitania. Anche l'influenza della corte che, fino alla fine del quindicesimo secolo, rimase completamente francese di lingua se non di costumi, esercitò un'influenza notevole. Per gli immigrati, la lingua anglosassone non era che un barbaro idioma che non si diedero la pena di imparare. Secondo l'esempio del continente, come lingua amministrativa fu sostituito dal latino, e poi dal francese. Si cessò di scriverlo e la sua letteratura cadde nell'oblio. Ma non scomparve, davanti alla lingua dei vincitori, come un tempo avevano fatto gli idiomi delle province conquistate da Roma di fronte al latino, o come nella stessa Normandia, lo scandinavo aveva ceduto il passo al francese. Il popolo continuò a servirsene. Ma niente sarebbe più falso del voler spiegare la sua fedeltà alla lingua nazionale con l'antipatia per la lingua dei vincitori. Al contrario, da questa prese tutto ciò che poté. Impercettibilmente, l'anglosassone si trasformò in inglese, vale a dire in una lingua che come vocabolario diventa per metà romana, ma che, come grammatica e sintassi, rimane germanica.
Alla fine dell'undicesimo secolo, era ancora assai lontano il momento in cui la lingua che vincitori e vinti hanno collaborato a formare, sarebbe diventata l'idioma di entrambi. Lunghi secoli sono stati necessari per unire in un corpo unico il popolo conquistatore e il popolo conquistato e fare dell'ordinamento statale dell'Inghilterra il più nazionale di tutti quelli esistenti al mondo. All'inizio, sotto Guglielmo il Conquistatore e i suoi primi successori, il regime politico che si instaura è un regime di occupazione straniera.
Mai la conquista di un paese fu accompagnata da uno sconvolgimento più totale delle istituzioni politiche e di tutta l'organizzazione dello Stato53. Mantenendo il possesso del paese soltanto con la spada, regnando sui nuovi sudditi soltanto con la forza, come avrebbe potuto pensare Guglielmo di mantenere un sistema che permettesse all'assemblea del popolo di governare con il re? La condizione indispensabile del successo consisteva nel sottomettere tutto al potere regio, rendendolo tanto forte da essere incrollabile. L'ordinamento doveva essere, e fu in realtà, sostanzialmente monarchico. Il compito di creare la sovranità più forte di tutta Europa era destinato a un grande vassallo del re di Francia.
Diciamo subito che fu proprio perché egli concepì la sua monarchia da principe feudale, che la rese tanto potente. Tutti i re del continente venivano eletti dai grandi vassalli, mentre i grandi vassalli erano ereditari. Guglielmo lo era come duca di Normandia, e lo rimane come re d'Inghilterra, tanto che, mentre gli altri sovrani ricevevano la corona ma non ne disponevano, egli fu fin dall'inizio padrone della sua. Ma al tempo stesso, in virtù della conquista, egli è padrone del suo regno. Tutta la terra inglese è la sua terra, su cui egli esercita un diritto analogo a quello che il signore di un grande feudo esercita sulle sue terre; di fronte a lui, ogni singolo abitante non è che un vassallo e quindi una delle sue prime preoccupazioni è stata quella di farsi rendere edotto del numero preciso di questi abitanti: dobbiamo a lui il Domesday hook, redatto dal 1080 al 1086, paragonabile a un polittico, che però, anziché un dipinto, contiene la statistica fondiaria di un intero Stato54. La sua enorme ricchezza fondiaria lo mette in grado di creare un'organizzazione feudale importata dal continente, ma infinitamente più sistematica e soprattutto più depurata di elementi stranieri. Il feudalesimo in sé, lo si è visto, non aveva niente di incompatibile con la sovranità dello Stato. Se lo è diventato con tanta rapidità è perché i grandi vassalli, avendo usurpato le prerogative regie, le hanno confuse con i loro feudi e ne hanno così ottenuto l'investitura, insieme a quella sulla loro terra. Guglielmo fu molto attento a non introdurre in Inghilterra questa mescolanza dell'elemento politico e di quello feudale. I feudi che distribuì ai suoi cavalieri normanni non li investirono di alcuna autorità amministrativa o giudiziaria. Furono, conformemente al principio stesso del feudalesimo, semplici vassallaggi militari conferiti dal sovrano. Grandi vassalli, che a loro volta disponevano di un gran numero di valvassori, formarono l'armata della corona, la quale però non cedette ad alcuno di loro la minima delle sue prerogative. I diritti della monarchia non si frammentarono nelle mani dell'alta nobiltà. Guglielmo sapeva, come duca di Normandia, quel che costa a un re permettere ai grandi feudatari di prendere posto intorno a lui. Ebbe cura di impedire che nessuno, nel suo regno, potesse diventare ciò che egli era a sua volta, nel regno di Francia. Sotto di lui, e in ogni tempo, il feudalesimo inglese, se così si può dire, fu sempre e soltanto un feudalesimo puramente feudale. Ebbe terre, ma non ebbe principati; ebbe vassalli, ma non ebbe sudditi.
Così, per un'eccezione più unica che rara, in Inghilterra, il re detiene un potere integro; non dovrà, come il re di Francia, combattere a lungo e faticosamente contro i vassalli per riconquistare da loro le prerogative che gli sono proprie. Lo Stato gli appartiene per intero fin dall'inizio, e a ciò è dovuta la diversa evoluzione politica al di qua e al di là della Manica. In Francia il re, che è debolissimo all'inizio, e che si trova solo di fronte a singoli principi, costruisce a poco a poco il proprio potere sulle rovine del loro, lo accresce di tutto ciò che riprende loro e, fortificandosi nella misura in cui ristabilisce l'unità del regno, man mano che questa si realizza, tende sempre più alla monarchia assoluta. In Inghilterra, invece, dove fin dall'inizio l'unità politica è tanto completa quanto è solida l'autorità regia, la nazione fa corpo di fronte al re e il giorno in cui sentirà pesare troppo su di sé il potere della monarchia, grazie all'unione di tutte le sue forze, sarà in grado di imporgli la propria partecipazione al governo e di strappargli delle garanzie.


3. La Magna Charta.

Né sotto Guglielmo il Conquistatore (1087), né sotto i suoi due successori della casata di Normandia, Guglielmo secondo (1100) ed Enrico primo (1135), la nazione ebbe motivo di sollevare alcuna lagnanza. Fedeli alla tradizione feudale, i re prendevano consiglio dai grandi vassalli e si guardarono bene dal causare qualsiasi conflitto con loro. Le prime difficoltà esplosero alla morte di Enrico primo, che non lasciava figli. Stefano di Blois, figlio di una figlia del Conquistatore, rivendicò la corona e se ne impadronì. Il suo regno non fu che la transizione agitata verso un'epoca nuova che si apre, nel 1154, con l'avvento del primo Plantageneto, Enrico secondo (1154-1189).
I primi re d'Inghilterra, sul continente avevano posseduto soltanto il ducato di Normandia. Enrico Plantageneto vi aggiunse quello di Angiò, che gli veniva dagli antenati, e quello dell'Aquitania, di cui, da politico "realista", si era affrettato a sposare l'erede, Eleonora d'Aquitania, che il re di Francia, Luigi settimo marito meno compiacente e meno dotato di senso pratico, aveva appena ripudiato. Così, tutte le coste della Francia, a eccezione della selvaggia Bretagna, appartenevano al re d'Inghilterra. I territori che possedeva sul continente erano più vasti del suo regno insulare. Ma qui, aveva una potenza che gli permetteva di intraprendere sulla frontiera conquiste che la posizione geografica prima o poi rendeva inevitabili. Nel 1171, si impossessò di una parte dell'Irlanda e nel 1174 costringeva il re di Scozia a prestargli giuramento di fedeltà. Si possono datare dal suo regno i primi inizi dell'espansione dell'Inghilterra. Ma occorre far risalire a quella data anche l'origine del conflitto con la Francia che, da allora fino all'inizio del diciannovesimo secolo, sarà presente, in forme e ampiezza diverse, in tutta la storia dell'Europa. A dire il vero, già sotto la dinastia normanna, un'ostilità più o meno aperta non aveva mai cessato di inquinare i rapporti del re di Francia con il suo vassallo normanno, divenuto a sua volta re. Ma Filippo primo e Luigi sesto, sapendosi deboli, erano troppo prudenti per rischiare una guerra aperta contro i vicini; si limitarono a infastidirli e a testimoniare loro, in ogni possibile occasione, un'irriducibile animosità. Luigi settimo seppe assumere una posizione più energica. Il dominio continentale di Enrico secondo era troppo minaccioso perché la monarchia francese non impegnasse ormai tutte le proprie forze a contenere un avversario che sembrava destinato a schiacciarla. La guerra, che non tardò a scoppiare, fu la prima delle guerre politiche europee. I sovrani fino a quel momento avevano combattuto soltanto per fare conquiste. Qui, l'origine del conflitto fu la necessità di difendere i diritti e la sovranità dello Stato contro le invasioni dello straniero. La partita sembrava impari. Né per potenza, né per intelligenza ed energia, Luigi settimo era paragonabile all'avversario. Fortunatamente, il governo di Enrico secondo gli ottenne, nella stessa Inghilterra, aiuti inattesi.
Con il primo Plantageneto, il potere monarchico, già tanto forte, tende nettamente all'assolutismo. Le forme feudali che i re normanni avevano assimilato nel loro governo, scompaiono. Eccellente amministratore, eccellente uomo di finanza, il nuovo principe fa del suo regno un modello di organizzazione. Ma le sue riforme hanno come condizione e risultato l'onnipotenza della corona. Indispone la nobiltà, sottoponendola a un'imposta destinata ad assoldare bande di mercenari brabantini. Indispone la Chiesa, imponendole le costituzioni di Clarendon, che subordinano la giurisdizione ecclesiastica al controllo dei funzionari regi. L'arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, rifugiato in Francia, dove Luigi settimo lo copre con la sua protezione, alimenta un malcontento tanto più pericoloso, in quanto da lui giustificato con motivi religiosi. E ben presto anche i figli del re, appoggiati da una parte di baroni e di cavalieri, si rivoltano al padre, e resi più forti da aiuti francesi, combattono contro di lui in Aquitania e in Normandia. Enrico seppe tenere testa ai rivoltosi e non rinunciò a nessuna delle sue pretese. Per reprimere il malcontento che queste avevano fatto nascere sarebbe stato necessario che i suoi successori fossero degni di lui. L'incapacità caotica e temeraria di Riccardo Cuor di Leone (1189-1199), l'indegnità e la vigliaccheria di Giovanni senza Terra (1200-1216), distrussero tanto più rapidamente l'opera del padre, in quanto dovettero combattere, in Filippo Augusto, il primo politico del suo tempo e il primo grande sovrano che abbia avuto la Francia. La lotta fra i due Stati occidentali si complica, si estende, e si fa più accesa. Ogni partito cerca alleati all'esterno. I re d'Inghilterra si uniscono ai Guelfi di Germania, mentre i re di Francia sostengono gli Hohenstaufen. La vittoria di Bouvines, la prima grande battaglia europea, fu un colpo terribile sia per Ottone quarto che per Giovanni senza Terra. Essa decise anche del conflitto politico che, in Inghilterra, dopo la morte di Enrico secondo, era rimasto sospeso.
L'opposizione feudale che aveva dato vita alle tendenze assolutiste di Enrico secondo, momentaneamente sopita durante il regno militare di Riccardo, si risvegliò più attiva che mai sotto Giovanni senza Terra. Per sostenere la guerra contro Filippo Augusto, il re aveva colpito il paese con nuove imposte e contratto debiti esorbitanti. Soltanto delle vittorie strepitose avrebbero potuto farli dimenticare. Ma prima la confisca e poi l'occupazione della Normandia e del Poitou da parte della Francia, e, per coronare l'opera, l'umiliazione di Bouvines, scatenarono la rivolta. A guidarla, furono i baroni, ma clero e borghesia sostennero la loro causa che si confondeva con la propria. Tutte ugualmente oppresse dal dispotismo, le tre classi privilegiate, da un estremo all'altro del paese, agirono di comune accordo. Più forte e più centralizzata era la monarchia inglese, più generale e unanime fu la resistenza che sollevò contro di sé. Il governo monarchico aveva fatto di questo popolo una nazione dove si parlavano due lingue; oggi, questa nazione, con movimento unanime, si sollevava contro di lui e l'unità che esso le aveva dato, lo lasciava isolato di fronte a lei. La lotta fu breve. Vinto, Giovanni capitolò e si lasciò dettare la Magna Charta (1214).
La si potrebbe definire la prima dichiarazione dei diritti della nazione inglese. Perché è nazionale quanto la rivolta che ne è l'origine.
I baroni che la imposero al re non dimenticarono i loro alleati e posero condizioni non solo per sé, ma anche per il clero e la borghesia. A prima vista, niente sembrava più incoerente di questa solenne dichiarazione di princìpi, dove si accumulano, senza ordine e alla rinfusa, la convalida di consuetudini feudali, di franchigie clericali, di libertà urbane. E proprio in questo sta la sua forza e la sua novità. Infatti, strappando al re tanti diritti diversi, unendo in un unico testo le rivendicazioni di tutte le classi, stabilisce tra loro una solidarietà che mai più verrà meno e che, sola, ha reso possibile lo sviluppo della costituzione inglese. La nobiltà, il clero e la borghesia non sono, come sul continente, corporazioni isolate che agiscono ciascuna per sé e che perseguono soltanto il proprio interesse. Qui, il pericolo comune, l'oppressione comune, hanno avvicinato e riunito in un solido fascio interessi che senza dubbio si contrappongono gli uni agli altri in molti punti, ma per i quali la forza dell'avversario costringe a trovare un'intesa e un accordo. Altrove, i re si troveranno semplicemente di fronte a "Stati" diversi, con i quali deliberano e fanno accordi separati. In Inghilterra, la corona ha a che fare direttamente con la nazione e tratta con il paese.
Un'altra cosa ancora è degna di nota, il fatto che i baroni, dal 1214, non abbiano cercato di disgregare il potere regio. Lo Stato monarchico fondato dalla conquista, rimane intatto. I vincitori non pensano a smembrarlo e a sottrargli le prerogative regie, per esercitarle al suo posto. Ciò che vogliono - e che ottengono - non è tanto una limitazione dei suoi diritti, quanto la garanzia di partecipare al loro esercizio nel momento in cui, per il bene del regno, si tratterà di colpire i beni dei sudditi del re. Il principio del voto sull'imposta da parte della nazione costituisce il valore essenziale della Magna Charta, ed è a questo titolo che essa rappresenta il fondamento del primo governo libero che l'Europa abbia mai conosciuto. Questo principio, però, fu definitivamente riconosciuto soltanto sotto Edoardo primo, dopo la battaglia di Falkirk (contro la Scozia), nel 1298.
Giovanni senza Terra comprese bene tutto ciò che gli imponeva, e non aveva ancora finito di prestare giuramento che lo tradì e se ne fece dispensare da Innocenzo nono. I baroni ripresero le armi e Filippo Augusto si affrettò a inviare il figlio Luigi a combattere con loro. La lotta durò fino alla morte del re, nel 1216. Suo figlio Enrico terzo, salendo al trono, ratificò la Charta per ottenere la pace. Essa non sarebbe più scomparsa dal diritto pubblico dell'Inghilterra.



CAPITOLO SECONDO La Francia.

1. Il re e i grandi vassalli.

Da Ugo Capeto a Filippo I, la monarchia francese si è accontentata di vivere. È così modesta che fra i suoi grandi vassalli la si distingue appena. I nomi dell'epoca, di cui la posterità ha serbato il ricordo non sono quelli di re, ma di principi feudali, come il conte di Fiandra Roberto il Frisone, il duca di Normandia, Guglielmo il Conquistatore, o gli eroi della prima Crociata, come Goffredo di Buglione, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia, Raimondo di Tolosa. Nell'epopea delle Crociate, dove i principi si coprono di gloria, il re, rimasto a casa, si trova in una situazione incresciosa. Nelle Chansons de geste, un genere letterario che inizia in questo periodo, gli eroi sono baroni e spesso alla monarchia viene assegnato un ruolo assai poco brillante.
Verso la fine dell'undicesimo secolo, i tre quarti del regno sono occupati da pochi grandi feudi, che corrispondono, di fatto, ad altrettanti principati, e che solo di nome dipendono dal sovrano. A nord, fra l'Escaut e il mare, c'è la contea di Fiandra; più in basso, il ducato di Normandia, che si stende lungo la costa fino alla Bretagna; ancora più giù, dall'altro lato della Bretagna, la contea d'Angiò, e infine, il ducato di Aquitania, che si stende fino ai Pirenei. La contea di Tolosa occupa la pianura della Linguadoca; il ducato di Borgogna occupa il bacino della Saòne e confina con la contea della Champagne, bagnata dalla Marna e dall'alta Senna. Al centro di questi territori, chiuse fra loro, le terre del re, l'Ile de France, che circonda Parigi e non tocca in alcun punto né il mare, né i confini esterni del regno. Equivalente, per estensione, alla maggior parte dei principati dei grandi vassalli, per ricchezza è invece inferiore a molti di loro. Le città del mezzogiorno e della valle del Rodano, animate dal commercio del Mediterraneo, quelle della Fiandra, dove sbocca la grande via di comunicazione che collega il nord all'Italia e il cui percorso è scandito dalle fiere della Champagne, sono, rispetto alle sue, indiscutibilmente più evolute. Laon, Orléans, Senlis, conoscono esclusivamente un traffico locale e anche a Parigi, i mercanti più importanti non sono altro che grossi battellieri, il cui transito si alimenta al porto normanno di Rouen. Così, né la posizione geografica, né le risorse economiche danno all'Ile de France una situazione privilegiata. Ma in compenso, è ubicata come meglio non si potrebbe per favorire la politica regia. Grazie alla posizione centrale che occupa, confina con le diverse regioni del paese, ed è contemporaneamente in rapporto a nord con la Fiandra, per metà germanica, a sud con le terre della lingua d'Oc. Si trova al centro dei contrasti nazionali, così come lo è dei principati feudali, consentendo in tal modo al re di mantenere il contatto con la globalità della Francia e di dare avvio alla propria opera secolare di unificazione e di centralizzazione.
Quest'opera inizia con il dodicesimo secolo, ed è significativo constatare che, a partire dalla stessa epoca, il predominio del dialetto del l'Ile de France sui dialetti provinciali si fa sempre più evidente, tanto che la lingua francese si è sviluppata in armonia con il progresso del potere monarchico e che, per una coincidenza unica nella storia, il formarsi dello Stato, in Francia, è andato di pari passo con il formarsi della nazione. Chissà che le qualità di chiarezza, di semplicità e di logica che in genere si è concordi nel riconoscere al genio francese non trovino la loro spiegazione profonda in questo felice fenomeno?
Per quanto debole fosse diventata la monarchia, circondata dai grandi vassalli e vegetando alla loro ombra, conservava tuttavia in sé il germe della potenza futura. Perché, se il feudalesimo di fatto paralizzava il potere regio, di diritto, lo lasciava integro. I principi che nominavano il re e che, ognuno sulla propria terra, ne avevano usurpato l'autorità, non avevano sostituito la vecchia concezione monarchica carolingia con qualcos'altro. Non pensarono mai che il re dovesse a loro il suo potere e che la sua competenza fosse limitata dalla loro volontà. Accadeva, per l'elezione del re, quel che accadeva per l'elezione del papa da parte dei vescovi: essa riguardava esclusivamente la persona, a cui non poteva conferire un'autorità di cui agli uomini non era dato disporre, perché quell'autorità veniva da Dio. Su questo punto, tutti erano d'accordo. Il re era il servitore, il ministro di Dio e la cerimonia della consacrazione, devotamente conservata dai Capetingi, ne attestava e ne confermava al tempo stesso il carattere quasi sacerdotale. Egli ne traeva un ascendente morale che lo metteva al di sopra di tutti, facendo di lui un personaggio unico, con una natura di cui non esisteva l'eguale. Niente sarebbe più falso che paragonarlo, tra i suoi vassalli, a una sorta di presidente, di primus inter pares. Tra lui e loro non esisteva un'unità di grandezza comune; egli era fuori e al di sopra della loro portata.
Da questa situazione particolare, non conseguiva, è vero, alcuna precisa autorità. Il sovrano era obbligato a regnare secondo la morale cristiana, senza che ne risultasse per lui alcun diritto formale, se non quello di difensore della Chiesa. Ma questo era già molto, perché la Chiesa contribuiva a mantenere il suo ascendente su tutto il regno. È attraverso di lui che dagli angoli più remoti dei grandi feudi, i monasteri si facevano confermare i propri possedimenti, è a lui che si rivolgevano i vescovi in lotta con i propri vassalli o con i baroni loro vicini. Poco importa che egli fosse impotente a soccorrerli: questi preti e questi monaci che lo invocavano impedivano che ci si dimenticasse di lui e gli tenevano in serbo l'avvenire.
Salvaguardata dalla tradizione carolingia, la preminenza del re si imponeva anche ai grandi vassalli. Per quanto indipendenti di fatto, nondimeno dovevano il feudo alla corona ed erano tenuti a prestarle un giuramento di fedeltà con gli obblighi precisi che ne conseguivano: servizio militare e servizio consultivo. Erano gli "uomini del re", e se non se ne ricordavano che per intervenire nei suoi affari e recarsi a corte per dargli pareri di cui avrebbe fatto volentieri a meno, ne conseguiva tuttavia che gli riconoscevano un diritto di signoria da cui un giorno sarebbe emerso un diritto di sovranità.
Per mettere a profitto le proprie risorse e far passare i propri diritti dalla teoria alla pratica, al re occorreva la forza, che nascostamente si dava da fare per conquistare. La prima condizione per una monarchia solida è l'ereditarietà. Era fuori discussione che i Capetingi potessero imporla ai loro elettori, più potenti di loro. Si contentarono di far nominare di volta in volta il successore, quando erano ancora in vita. La fortuna volle che ognuno di loro avesse un figlio, di modo che, da Ugo Capeto a Filippo Augusto, alla monarchia furono risparmiati i pericoli di un interregno. Per circa 200 anni, quindi, tutti i re si trasmisero la corona e questo lungo possesso dello Stato finì con il dargliene la proprietà. Già nel dodicesimo secolo, l'elezione da parte dei grandi vassalli non è più che una formalità. Filippo Augusto sentì di essere abbastanza potente per affrancarsene. Suo figlio Luigi ottavo gli succedette e fu universalmente riconosciuto senza alcun intervento dei principi. La lunga pazienza della dinastia aveva raggiunto lo scopo ostinatamente perseguito. La monarchia francese era divenuta ereditaria senza sovvertimenti o colpi di Stato, per semplice prescrizione.
Essa aveva anche scrupolosamente e saggiamente amministrato il proprio patrimonio. Se non era né troppo ricca, né troppo vasta, tuttavia, grazie alla politica pacifica dei suoi re, godette di un periodo di tranquillità ininterrotta da Ugo Capeto a Luigi settimo. Parigi, dove la dinastia conduce una vita casalinga in vivo contrasto con l'esistenza itinerante degli imperatori, sempre errabondi per la Germania e l'Italia, o dei re d'Inghilterra che si spostano di continuo dalla loro isola alla Normandia, diventa a poco a poco il centro amministrativo dell'Ile de France, aspirando ad assumere quello che sarà il suo ruolo futuro di capitale del regno. L'arcivescovo di Sens viene a stabilirvisi. Qui, vengono i prevosti di tutte le proprietà del sovrano a rendere i loro conti. Qui, la presenza permanente della corte intrattiene un'attività politica e amministrativa di cui si cercherebbe invano l'analogo in tutta l'Europa. Come Roma è la città del papa, Parigi è la città del re, e a questo deve una vita più articolata, un carattere meno borghese delle altre città. Già nel dodicesimo secolo, l'attrazione che esercita intorno a sé fa aumentare sempre più d'importanza le scuole dei suoi monasteri, il cui corpo di maestri e di allievi, sotto Filippo Augusto, darà vita alla prima "università" europea. Non c'è da stupirsi che, in un ambiente così attivo, l'arte si sviluppi con grande vigore. L'abate Suger di Saint-Denis, ministro di Luigi settimo, attira presso la sua abbazia artigiani dalle regioni vicine e Notre-Dame de Paris, iniziata nel 1163, è la prima, in ordine di data, delle grandi cattedrali gotiche. Il prestigio che Parigi esercita sulla Francia ha fortemente contribuito all'unità del regno e, dal dodicesimo secolo, è andata aumentando di pari passo con quella. L'azione sociale della capitale e l'azione politica della monarchia hanno contribuito in maniera analoga a formare la nazione.

2. I progressi della monarchia.

Dall'avvento al trono di Ugo Capeto, la monarchia non aveva avuto politica estera. Il solo vicino della Francia con il quale avrebbe potuto entrare in conflitto era l'impero, con cui confinava per tutta l'estensione della sua frontiera orientale: lungo l'Escaut e la Mosa con la Lotaringia, lungo il Rodano con il regno di Borgogna. Ma, succedendo agli ultimi Carolingi, la nuova dinastia aveva abbandonato le pretese che quelli avevano avanzato sulla Lotaringia; e da parte loro, gli imperatori, non avendo niente da temere per via della sua debolezza e della sua prudenza, presi del resto dalle spedizioni in Italia, non le avevano dato alcun motivo d'inquietudine. La situazione cambiò bruscamente quando, nel 1066, il duca di Normandia divenne re d'Inghilterra. Una potenza formidabile nasceva così sulla frontiera occidentale, che, bagnata dalle acque del mare, dopo la fine delle invasioni scandinave, era sembrata al sicuro da qualsiasi pericolo, protetta dalla natura stessa. Era impossibile vivere, nei confronti di questa potenza, gli stessi rapporti d'indifferenza e di sicurezza mantenuti con l'impero. Infatti, vassallo del re di Francia per via del ducato normanno, il nuovo re si trovava legato al suo sovrano e questa subordinazione feudale contrastava troppo violentemente con la potenza di cui disponeva dall'altra parte della Manica, per non essere una causa permanente di dissapore, di sospetto e di ostilità. Ormai, i Capetingi non potevano prolungare l'atteggiamento di astensionismo in cui si erano confinati fino a quel momento. La preoccupazione e la dignità della corona li costringeva ad affrontare il pericolo esterno, e la loro attuale necessità di intraprendere una politica estera, sarebbe stata l'occasione per avere una politica monarchica anche in Francia.
Questa fu inaugurata da Luigi sesto(1108-1137) e l'esordio, naturalmente, fu assai modesto. Troppo debole per agire da solo, il re alleò alla propria causa la contea di Fiandra, vecchio nemico della Normandia. È alla sua politica inglese che si rifà il progetto da lui concepito nel 1126, di approfittare dell'assassinio del conte Carlo il Buono per dare la Fiandra a un principe normanno, nemico mortale del re d'Inghilterra. Se l'impresa fallì, nondimeno merita una certa considerazione: si tratta infatti del primo tentativo della corona di attirare un grande feudo sotto la propria influenza. Il pericolo esterno al quale il re doveva far fronte, all'interno, lo costringeva a imporsi ai grandi vassalli per unire le loro forze alla sua.
Luigi settimo (1137-1180), continuò la lotta iniziata dal padre. Il suo avversario, Enrico Plantageneto, era assai più temibile dei re normanni; abbiamo già visto grazie a quali circostanze fosse riuscito a tenergli testa. La lunga guerra che gli mosse lungo le frontiere dell'Angiò, non fu che un succedersi di piccole imprese senza risonanza, durante le quali i grandi vassalli avevano mantenuto una neutralità indifferente. Luigi settimo non aveva niente di straordinario né come militare, né come politico. L'aumento del prestigio della monarchia sotto un simile principe è perciò tanto più singolare. È dal suo regno che datano gli inizi della storiografia regia ed è sotto di lui che appare il primo ministro della corona di cui la storia di Francia abbia conservato il ricordo: l'abate di Saint-Denis, Suger, il quale è anche l'ultimo ministro che la monarchia abbia preso dalla Chiesa. Dopo di lui, lo Stato si sentirà abbastanza forte, avrà abbastanza netta la coscienza del proprio compito, si troverà costretto a risolvere questioni troppo numerose e difficili, per non pretendere dai propri consiglieri una formazione che risponda direttamente al loro ufficio. I suoi progressi lo costringono a rompere con la tradizione carolingia e non potrà più accontentarsi di collaboratori usciti dalle file del clero. Gli occorrerà gente d'affari, giuristi, uomini d'azione, che recluterà tra i laici formati al suo servizio, usciti dai ranghi dei borghesi istruiti, che si fanno sempre più numerosi. Suger si trova a una svolta dell'evoluzione politica. Fino a lui, lo Stato è così semplice, o per meglio dire, così primitivo, che un prelato può ricevere l'incarico di governarlo anche senza un tirocinio preventivo; dopo di lui, la sua complessità crescente richiederà uomini più specializzati e il personale statale cesserà di appartenere alla Chiesa, oppure le apparterrà ormai soltanto di nome.55
Dal regno di Luigi settimo a quello di Filippo Augusto, i progressi del potere regio sono tali che è impossibile spiegarli unicamente con il genio del re. Si ricollegano in gran parte alle trasformazioni economiche e sociali provocate dallo sviluppo della borghesia. Durante la seconda metà del dodicesimo secolo, tutte le città della Francia settentrionale si sono costituite in comuni giurati. Quasi ovunque, nelle città vescovili, ad Arras, Nyon, Senlis, Laon, Reims, e altre, esse hanno dovuto lottare contro la resistenza o il malvolere dei vescovi e contro di loro hanno implorato dal re un appoggio, che egli si è affrettato a dare. Tra la corona e la borghesia si stabilisce così un'intesa che assicura alla politica regia l'appoggio della classe più giovane, la più attiva e la più ricca della società.
Sotto Luigi settimo si colgono i primi sintomi di quell'alleanza di cui la chiaroveggenza di Filippo Augusto ha riconosciuto tutta la portata, e che egli ha metodicamente rafforzato ed esteso. Il rapido aumento della circolazione monetaria, conseguenza del commercio urbano, non è stato meno vantaggioso per la monarchia. Permettendole di trasformare le prestazioni e i diritti feudali, che fino a quel momento aveva percepito in natura, in canoni pagabili in denaro e mettendo fine al conio della moneta e di conseguenza ai benefici concessi alle fabbriche di moneta, l'ha messa in grado di procurarsi lo strumento indispensabile per qualsiasi potere politico: le finanze. Il tesoro regio, fino a quel momento confuso nel complesso del patrimonio personale del re, diventa un ramo speciale dell'amministrazione. I primi conti che possediamo datano dal regno di Filippo Augusto. Non solo il re è ormai in grado di affittare bande di mercenari in tempo di guerra, ma può soprattutto chiamare al proprio servizio veri e propri funzionari, vale a dire personale pagato e per ciò stesso, revocabile. Tali sono i balivi, di cui per la prima volta si fa menzione nell'anno 1173, una figura di funzionario che si diffonde ben presto in tutto il regno. Ormai in condizione di assoldare i propri servitori, il principe non è più costretto a lasciare loro le cariche a titolo ereditario, e a rinunciare in tal modo a disporre di loro a proprio piacimento. La sostituzione dell'antica economia agricola con un'economia monetaria ha rimosso l'ostacolo che, dall'epoca franca, si contrapponeva con forza invincibile allo sviluppo dello Stato.
Le riforme che sotto Filippo Augusto vengono introdotte nell'organizzazione di corte, la mettono all'altezza delle necessità del governo centrale. L'assemblea dei nobili laici ed ecclesiastici, che dall'epoca carolingia si riuniva a periodi fissi intorno al re e formava al tempo stesso un consiglio e una corte di giustizia, senza attribuzioni precise, senza una competenza definita, e la cui funzione si limitava il più delle volte a ostacolare l'azione della corona a vantaggio dei grandi vassalli, si scinde in due collegi permanenti: il Consiglio del re da una parte, per le questioni politiche; il Parlamento dall'altra, per le questioni giudiziarie. L'uno e l'altro si compongono ancora, per la maggior parte, di membri dell'alta nobiltà e dell'alto clero. Ma già, accanto a questi, il re introduce uomini suoi, e l'autorità che eserciterà sui due collegi andrà aumentando e farà sempre più retrocedere il potere feudale. I grandi dignitari della corona, tutti scelti tra la nobiltà, che fino a quel momento erano stati veri e propri tutori del re, scompaiono o vengono ridotti a funzioni puramente onorifiche. L'amministrazione della cancelleria mette fine alle usanze antiquate e all'inutile frasario del tempo carolingio, per adottare procedimenti più pratici. Al Louvre, viene creato un deposito di archivi e nelle misure adottate per la resa dei conti annuali dei balivi, si coglie come un primo accenno della futura Corte dei conti.
Filippo Augusto può dunque essere considerato il vero creatore del potere monarchico, non solo in Francia, ma sul continente56. L'appellativo di Augusto gli è stato dato da Rigord: quia rem publicam augmentabat.
Prima di lui, i re più potenti, gli imperatori e lo stesso Carlomagno, non hanno potuto governare se non grazie al prestigio e alla forza che venivano loro dalle vittorie o dall'appoggio della Chiesa. Il potere che esercitavano dipendeva essenzialmente da loro, e si confondeva, per così dire, con la loro persona. Senza finanze e senza funzionari, erano ridotti ad agire esclusivamente nei limiti in cui ricevevano sostegno dalla Chiesa e obbedienza dall'aristocrazia, mentre questa diventava sempre più indipendente e quella sempre più ostile. Oramai, invece, il re dispone di un'amministrazione permanente che è lui a mettere in moto, e che è indipendente tanto dalla Chiesa quanto dai feudatari. I diritti che la tradizione gli riconosce possono diventare realtà, e concretizzandosi, fondare lo Stato. Della vecchia monarchia carolingia, la giovane monarchia francese conserva il principio fondamentale: il carattere religioso del potere regio, che, dalla fine del nono secolo, l'aveva come imbalsamata, conservata intatta malgrado la sua debolezza, in balìa delle usurpazioni feudali. Abbiamo appena visto come avesse ripreso nuovo vigore e come, a fianco dello Stato inglese, in condizioni ben diverse e ben più difficili, avesse dato vita, in Francia, a uno Stato rivale.
I conti di Fiandra, che sotto Luigi sesto avevano lottato con la monarchia contro l'Inghilterra, sotto Filippo Augusto si schierarono con l'Inghilterra contro la monarchia. Era perfettamente naturale che, minacciati dai progressi del loro sovrano, cercassero appoggio nella grande isola di cui erano i vicini più prossimi e dove le città industriali del loro paese si rifornivano di lana. Le città, che in Francia sostenevano la corona, in Fiandra si schierarono a fianco del loro principe, non, come una visione superficiale delle cose potrebbe far credere, per un preteso sentimento di razza, ma semplicemente in ragione dei loro interessi economici. Il fatto che siano di lingua vallone, come Lille e Douai, o germanica, come Bruges e Gand, non fa rilevare alcuna differenza di atteggiamento tra loro. La politica dei principi fiamminghi, dall'inizio del tredicesimo secolo, prese dunque un'ampiezza che non consente più di considerarla come una semplice politica di resistenza feudale. Da una parte, inaugura con l'Inghilterra un'alleanza che, fondata sull'interesse reciproco, si sarebbe prolungata per secoli, diventando uno dei fattori più importanti della futura indipendenza dei Paesi Bassi (Olanda e Belgio), e dall'altra, appoggiandosi alla borghesia, si colora di un aspetto nazionale, identificando la causa della dinastia con la propria.
La lunga guerra di Filippo Augusto contro Filippo d'Alsazia (1180-1185) mette ancora l'uno di fronte all'altro soltanto il re e il conte di Fiandra e finisce, dopo successi e rovesci alterni, con un trattato a vantaggio del primo. Ma dal 1196, Baldovino nono si alleava a Riccardo Cuor di Leone e, quattro anni dopo, riusciva a farsi restituire dal re la regione settentrionale dell'Artois, ceduta dal suo predecessore. Le Crociate, che periodicamente venivano a frapporsi e a interrompere il corso della politica europea e alle quali Filippo Augusto, Riccardo e Filippo d'Alsazia avevano preso parte, insieme, qualche anno prima, nel 1202 attirarono il conte Baldovino in Oriente. L'anno successivo, egli riceveva a Santa Sofia la corona dell'effimero Impero latino di Costantinopoli e moriva misteriosamente poco dopo (1205), nel corso di una spedizione contro i Bulgari. Lasciava due figlie in giovane età, che Filippo Augusto si fece affidare dal loro zio, Filippo di Namur. Diede in sposa la maggiore, Giovanna, a un principe di propria scelta, Ferrante del Portogallo, dopo aver preso la precauzione di fargli prestare uno speciale giuramento di fedeltà, che fu ratificato dalle città e dai baroni di Fiandra. Con questo nuovo vassallo che gli doveva la fortuna contava di potersi permettere tutto. Aveva fatto occupare dalla propria gente Aire e Saint-Omer, e con la concessione di feudi e di vitalizi si era assicurato la connivenza della maggior parte dei membri della nobiltà fiamminga. Messo alle strette, Ferrante non tardò molto a prestare ascolto alle proposte del re d'Inghilterra, Giovanni senza Terra e nel 1213 concludeva con lui un trattato d'alleanza.
Il conflitto nel quale veniva di nuovo trascinata la Fiandra, questa volta aveva portata europea, e poiché la politica di Filippo Augusto progrediva grazie al successo e al genio del re, si estendeva ora a tutto l'Occidente e sarebbe stata una guerra generale che avrebbe deciso delle sorti della monarchia francese.
La lotta tra Francia e Inghilterra, interrotta durante gli ultimi anni di Enrico secondo, era ripresa fin dal ritorno di Riccardo Cuor di Leone dalla prigionia in cui era stato tenuto dal duca d'Antiochia, nelle cui mani era caduto, di ritorno dalla terza Crociata (1194). Questa non aveva portato a niente di decisivo. Ma appena morto Riccardo e salito al trono suo fratello Giovanni senza Terra, Filippo si decideva a un'azione clamorosa. Approfittando del malcontento che aveva accolto il nuovo regno, convocava Giovanni a comparirgli davanti in qualità di duca di Normandia per giustificarsi dell'assassinio di Arturo di Bretagna57.
Poiché Giovanni non si era degnato di rispondere, il re di Francia, agendo nel pieno rispetto dei propri diritti di sovrano, confiscava tutti i feudi posseduti in Francia dalla corona d'Inghilterra e, a eccezione dell'Aquitania, li faceva occupare, raddoppiando così, in un sol colpo, l'estensione delle terre della corona, a cui assegnava anche tutte le coste del mare da Bordeaux a Boulogne. Gli errori accumulati dal suo rivale che, già alle prese con i baroni inglesi, nel 1209, si attirava per di più la scomunica del papa, assecondavano a dovere una politica tanto audace. Filippo si faceva nominare da Innocenzo terzo esecutore della sentenza emessa contro di lui e preparava attivamente una spedizione contro l'Inghilterra. Era pronto, quando Giovanni, umiliandosi davanti al papa e riconoscendo il proprio regno come feudo della Santa Sede, otteneva la sua riconciliazione. Filippo impiegò l'esercito e la flotta contro la Fiandra, avanzò fino a Damme, dove gli Inglesi sorpresero i suoi vascelli e li diedero alle fiamme; quindi rientrò in Francia mentre, dietro di lui, Ferrante del Portogallo riprendeva possesso della propria terra.
Nel frattempo, il conflitto degli Stati occidentali si era esteso alla Germania. Dei due partiti - Guelfi e Ghibellini - che si combattevano in quel paese, il primo era alleato dell'Inghilterra dal tempo del matrimonio di Enrico il Leone con Matilde, figlia di Enrico secondo. Stando così le cose, si imponeva un riavvicinamento tra i Ghibellini e la Francia. Filippo Augusto seppe brillantemente approfittare della situazione. L'imperatore Ottone di Brunswick, capo dei Guelfi e completamente asservito a Giovanni senza Terra, nel 1210, veniva scomunicato da Innocenzo terzo. Il re di Francia colse l'occasione per spingere il giovane Federico di Hohenstaufen, confinato in Sicilia sotto la tutela del papa, a tentare il tutto per tutto e a recarsi in Germania e mettersi al comando dei sostenitori della sua casata. L'avventura sembrava romantica; in realtà niente poteva essere più prosaico. Il denaro del re era venuto in aiuto alla sua politica ed egli aveva comperato i principi tedeschi necessari al successo. Il 9 dicembre 1212, essi eleggevano Federico re dei Romani.58 Così, la lotta tra Francia e Inghilterra divideva tutta l'Europa in due campi e il suo esito avrebbe determinato le sorti dell'Occidente. Nel 1214, i nemici di Filippo Augusto si decisero a uno sforzo risolutivo. Mentre Giovanni senza Terra doveva attaccarlo dall'Aquitania, Ottone di Brunswick marciava su Parigi e sui Paesi Bassi, radunando, al passaggio, le truppe di Ferrante del Portogallo. La composizione dell'armata che Filippo guidò contro di lui rispondeva esattamente ai progressi del potere regio. Vent'anni prima, l'esercito sarebbe stato formato interamente da milizie feudali. Questa volta, insieme alla cavalleria dei vassalli della corona, si rilevava la presenza di bande di mercenari e compagnie di borghesi inviate dalle città. Lo scontro ebbe luogo a Bouvines, presso Tournai, il 27 luglio, e il trionfo di Filippo Augusto fu strepitoso. Fu la prima delle grandi battaglie europee, nessuna delle quali ebbe conseguenze altrettanto vaste e immediate, se si eccettua Waterloo, dove sei secoli dopo si sarebbero trovati l'uno di fronte all'altro gli stessi schieramenti nemici. In Germania, Ottone di Brunswick crollava davanti a Federico secondo. In Inghilterra, Giovanni senza Terra, umiliato, vedeva i baroni sollevarsi contro di lui e imporgli la Magna Charta; in Francia, venivano consolidate le conquiste territoriali (Trattato di Chinon); il feudalesimo era sconfitto nella persona di Ferrante del Portogallo e il potere regio, che aveva messo alla prova le proprie forze, distruggendo il nemico esterno agli occhi del popolo, acquistava un prestigio nazionale che ne raddoppiava la forza.



CAPITOLO TERZO L'Impero.

1. Federico Barbarossa.

Il Concordato di Worms non aveva messo fine alla lotta tra l'impero e il Papato. La questione del rapporto tra i due poteri universali che si era posta in tutta la sua ampiezza sotto Gregorio settimo, in seguito, per esaurimento di entrambe le parti, si era ridimensionata, limitandosi alla lotta delle investiture e anche su questo terreno non era arrivata che a una transazione. L'imperatore ci aveva perduto quanto ci aveva guadagnato il papa, ma nessuno dei due poteva accontentarsi di uno stato di cose che lasciava senza soluzione il conflitto di princìpi che li aveva posti l'uno di fronte all'altro.
Occorreva sapere se la concezione carolingia si sarebbe mantenuta - vale a dire se la Chiesa, considerata al tempo stesso come insieme dei fedeli e società politica, avrebbe conservato al proprio comando due capi indipendenti l'uno dall'altro, il primo preposto alle anime e il secondo ai corpi - oppure se sarebbe spettato al papa disporre della corona imperiale, se egli cioè avesse, per usare la lingua del tempo, tanto lo scettro spirituale quanto quello temporale, e se l'imperatore non ricevesse da lui il secondo, come un vassallo riceve un feudo dal sovrano. Soltanto una nuova guerra poteva dare risposta a questo interrogativo, perché tra le affermazioni contraddittorie dei due avversari non era possibile alcun compromesso.
Questa guerra, che sarebbe scoppiata sotto Federico Barbarossa, per l'impero, era perduta in partenza. Se la società europea riconosceva l'autorità universale del papa nella Chiesa, non poteva concedere la stessa portata a quella dell'imperatore. Ciò avrebbe significato infatti subordinare a lui nell'ordine temporale e ridurre al ruolo di clienti tutti gli Stati occidentali. Da Ottone I, la teoria imperialista non rispondeva più alla realtà delle cose perché l'impero non abbracciava più, come ai tempi di Carlomagno, tutti i cristiani d'Occidente. Nessuna protesta formale si era ancora levata contro la Chiesa, perché nessun principe era abbastanza potente per mettersi in urto con i sovrani tedeschi. Ma da quale segnale si sarebbe potuto cogliere, che in pieno dodicesimo secolo, le giovani e vigorose monarchie di Francia e d'Inghilterra avrebbero accettato tranquillamente la tutela imperiale? Come il feudalesimo nella fase del suo sviluppo aveva lavorato per Gregorio settimo contro Enrico IV, altrettanto gli Stati nazionali in via di formazione avrebbero lavorato per Adriano quarto e Alessandro terzo, contro Federico Barbarossa. La politica imperiale, ogni volta che pretese di imporsi al papato, ebbe la disgrazia di suscitare contro di sé le forze più attive dell'Europa e orientare le loro simpatie verso Roma.
A questo si aggiunga l'indebolimento costante dell'imperatore all'interno dello stesso Impero. Dopo il Concordato di Worms, egli non nomina più i vescovi e il diritto che conserva di investirli dei loro principati è per lo più illusorio. Infatti, le elezioni episcopali sono determinate il più delle volte dai principi laici, che impongono ai capitoli parenti o alleati delle proprie casate. Così, questa Chiesa imperiale che da Ottone I i sovrani tedeschi hanno colmato di diritti e di territori, sfugge loro di mano e, se così si può dire, si feudalizza. I grandi vassalli, di cui fino a quel momento la Chiesa aveva controbilanciato la potenza, non hanno più niente da temere da lei, e i principati ecclesiastici, cessando d'essere a disposizione dell'imperatore, ormai sono soltanto nuovi elementi di disgregazione politica. Nel momento stesso in cui in Francia il re inizia a far retrocedere davanti a sé il sistema feudale, in Germania il sistema feudale si impone alla corona. Niente, a questo proposito, colpisce più del raffronto tra l'influenza che i principi esercitavano sul potere regio nei due paesi. Mentre nel corso del dodicesimo secolo il re di Francia viene eletto solo in teoria e a partire da Filippo Augusto il titolo ridiventa ereditario, i principi tedeschi continuano a consolidare il proprio diritto a disporre del trono. Alla morte di Enrico V, lo rifiutano al suo parente più prossimo, Federico di Svevia, per darlo a Lotario di Sassonia (1125) e poi, alla morte di Lotario, tornano alla casa di Svevia, nominando Corrado terzo (1137). Beninteso, a determinare la loro scelta sono le promesse e le concessioni dei candidati, cosicché il potere regio man mano che si trasmette, diventa più debole.
Come pensare, in simili condizioni, di riprendere la disputa con Roma? Anziché trattare il papa da pari a pari, Lotario ottiene la corona solo a prezzo di una revisione del Concordato di Worms a lui sfavorevole e della propria acquiescenza alla pretesa del papa di accordare l'incoronazione all'imperatore soltanto se ne abbia approvato l'elezione. Corrado terzo fu ancor più debole. La sua nomina era stata avversata dal duca di Baviera che impugnò le armi contro di lui, dando così inizio a quel conflitto tra Guelfi e Ghibellini che avrebbe agitato così a lungo la Germania e l'Italia. La lotta, alla sua morte, fu proseguita dal figlio, Enrico il Leone, a cui, nel 1142, fu necessario dare il ducato di Sassonia in sostituzione della Baviera che la casata di Babenberg si era fatta concedere in feudo. Il povero Corrado non ebbe il tempo di andare a farsi incoronare oltralpe; sperò di risollevare il proprio prestigio partecipando alla seconda Crociata, dove non trovò altro che l'umiliazione di una sconfitta. Morì nel 1152 e suo nipote Federico, dopo un accordo preliminare con l'avversario della sua casata, Enrico il Leone, ottenne il suffragio dei principi.
Con Federico Barbarossa, si apre un regno il cui splendore appare tanto più grande quanto più quelli che lo hanno preceduto sono stati oscuri. Il giovane re, natura ardente e ambiziosa, era deciso a risollevare agli occhi del mondo la maestà imperiale e al conseguimento di questa meta impossibile si dedicò con foga, per giungere, alla fine, soltanto a una clamorosa disfatta e allo sperpero delle ultime forze e delle ultime risorse della monarchia tedesca.
A prima vista, la politica di Federico si rifà alla tradizione carolingia e nel 1165, la canonizzazione di Carlomagno da parte di un sinodo tedesco, sembra confermare questa filiazione. In realtà, fra il Carolingio e lo Hohenstaufen, non c'è più niente in comune se non l'universalità delle loro tendenze. L'Impero, quale lo concepisce il Barbarossa, non è più quell'impero cristiano, nato nell'800 a San Pietro terzo Roma, così intimamente legato al governo della Chiesa e così strettamente unito al papato da esserne indissolubile. Esso è in tutta la forza del termine, l'impero romano, ma l'impero romano degli Augusti così com'era prima delle invasioni. Il diritto di governare il mondo gli viene da questo Impero e quindi, poiché la sua origine risale a prima della nascita di Cristo, come potrebbe mai avere qualcosa in comune con il papato? Più antico della Chiesa, ne è quindi indipendente quanto l'imperatore di Bisanzio. Non è l'impero a essere nella Chiesa, bensì la Chiesa a essere nell'impero, e il papa, nonostante il carattere sacro della sua persona, in definitiva, non è altro che un suddito dell'imperatore. Al misticismo religioso che si trova alla base della concezione carolingia, si sostituisce qui una sorta di misticismo politico, che travalica arditamente i secoli per tornare a quella Roma eterna e padrona dell'universo, facendone discendere, come dall'unica fonte di ogni potenza temporale, le pretese imperiali.
Già nell'undicesimo secolo, Ottone terzo si era cullato nella speranza di restituire al suo splendore primigenio quella Roma dorata (aurea Roma), la cui gloria antica continuava a irraggiare come l'ideale di ogni grandezza terrena. Ma ciò che in lui non era altro che sogno confuso e aspirazione sentimentale, con Federico diventa una teoria precisa.
All'inizio del dodicesimo secolo, lo studio del diritto romano aveva preso in Italia, e specialmente a Bologna, intorno a Irnerio e ai suoi allievi, uno sviluppo notevole. Il Codice di Giustiniano era, per quei giuristi, una specie di sacra scrittura, la rivelazione della legge e dell'ordine civile. A ciò si deve la loro venerazione per il potere imperiale, che consideravano la condizione prima perché la società temporale continuasse a esistere. È indubbio che le dottrine di questa scuola dovettero esercitare su Barbarossa un'azione profonda. Grazie a esse, la sua concezione politica, a differenza di quella dei Carolingi e dei loro successori, poggia su una base laica; non saranno più i teologi, ma i giuristi a essere incaricati di difenderla. Per la prima volta, nella lotta fra l'imperatore e il papa, si delinea l'opposizione tra potere temporale e potere spirituale.
Molti vescovi, senza dubbio, restavano fedeli a Federico ed egli fece di tutto per ottenere delle "buone elezioni" dai capitoli. Ma non poteva più appoggiarsi alla Chiesa tedesca, la cui situazione, dopo il Concordato di Worms, era tanto profondamente cambiata. Cercò una compensazione nel feudalesimo laico. Fino a Enrico V, gli imperatori, potendo contare sui vescovi, avevano dato prova di una diffidenza più o meno accentuata nei confronti della nobiltà feudale.
Questa si era quindi schierata contro di loro, in favore del papa; così, dal regno di Lotario di Sassonia, aveva continuato a estendere a tal punto la propria influenza da giungere a imporla persino ai principi-vescovi. Federico accettò apertamente questo nuovo stato di cose. Per una singolare contraddizione con la potenza illimitata che sognava come imperatore, come re di Germania permise ai principi laici di entrare in possesso di un'indipendenza politica totale. Anziché pretendere di imporsi come sovrano, intervenendo nelle loro questioni e cullando le loro ambizioni, cercò piuttosto di crearsi una clientela personale. Nei loro confronti si comportò come il capo di un partito, più che come un re e la sua politica monarchica fu, in fondo, quella di formare una fazione ghibellina di fronte alla quale gli avversari o i malcontenti si raggrupparono a loro volta in una fazione guelfa. Egli non si limitò quindi a intervenire sui principi. A un livello inferiore, cercò in tutti i modi di accattivarsi la piccola nobiltà, facendone, a un tempo, uno strumento politico e una forza militare. All'epoca, i costumi cavallereschi dalla Francia e dalla Lotaringia incominciavano a passare sulla riva destra del Reno. Egli fece di tutto per favorire questa diffusione, per imporre il proprio prestigio alla cavalleria e per attirarla a corte con la rinomanza delle feste e dei tornei. Elevò un gran numero di ministeriales al rango di cavalieri e di quel che ancora restava delle proprietà imperiali fece dei feudi per questi clienti militari. È sotto il suo regno che i monti della Svevia, della Franconia e della Turingia hanno incominciato ad abbellirsi di "borghi feudali", le cui rovine sopravvivono ancor oggi in così gran numero.
Si può quindi dire che Federico, in Germania, sacrificò i diritti politici della monarchia alla necessità di costituirsi un forte esercito feudale. Del resto, non poteva essere altrimenti. Lo sviluppo sociale delle contrade tedesche, in ritardo su quello degli Stati occidentali, non gli consentiva di crearsi le risorse finanziarie che gli avrebbero permesso di reclutare bande di mercenari. Lo stato economico della Germania, al di fuori della valle del Reno, era sempre rimasto al vecchio ordinamento feudale e la circolazione monetaria rimaneva estremamente limitata. Di città di una certa importanza si poteva citare ancora soltanto Colonia, unico centro commerciale paragonabile a quelli di Fiandra; i porti del Baltico incominciavano appena a farsi conoscere; a sud, Augusta, Vienna, Norimberga non erano ancora che località di terz'ordine.
Inoltre, nei progetti di Federico, la Germania aveva soltanto un ruolo del tutto secondario; egli vedeva in essa unicamente uno strumento destinato ad aprirgli la strada dell'Italia e dell'impero. Fondamentalmente germanico di costumi, di sentimento e di carattere, in politica non poteva esserlo meno. L'idea imperiale lo prendeva completamente. Nel momento in cui, in Francia e in Inghilterra, la monarchia gettava le basi di solidi Stati nazionali, egli riapriva una lotta che avrebbe finito col gettare il suo paese nell'anarchia del grande interregno, consegnandolo per lunghi secoli alla frammentazione feudale.
Di questa lotta alla quale andava rapidamente incontro, non valutò né le difficoltà, né la portata. Non era più soltanto il papa che avrebbe dovuto combattere. Dalla fine dell'undicesimo secolo, la pianura lombarda si era coperta di una folta fioritura di comuni urbani attraverso i quali avrebbe dovuto aprirsi un varco per arrivare a Roma. In tutte le città del bacino del Po, la borghesia, arricchita dal commercio e dall'industria, aveva strappato il governo ai vescovi e fondato repubbliche municipali, senza tenere più in alcun conto i diritti dell'impero e considerandosi indipendente nei suoi confronti. Ma Federico, nella sua ignoranza della civiltà urbana, per questi borghesi nutriva lo stesso disprezzo che manifestava per la nobiltà tedesca e, da buon successore di Costantino e di Giustiniano, ne sdegnava l'ordinamento repubblicano. Lo fece ben vedere quando, nel 1154, passò per la prima volta le Alpi. Dopo aver convocato nella piana di Roncaglia (vicino a Piacenza), i principi e le città dell'alta Italia, pretese di imporre loro un giuramento di fedeltà e li rese edotti dei doveri cui avrebbero dovuto adempiere nei suoi confronti. Ci fu qualche resistenza. Federico credette di venirne a capo con il terrore, assediò Tortona e la rase al suolo. Poi, dopo essersi cinto a Pavia della corona di re dei Lombardi, marciò verso Roma, dove lo attendeva la corona imperiale.
La città, in quel momento, era in piena rivolta. Niente però accomunava la sollevazione di questa popolazione, che la Chiesa trattava come un tempo avevano fatto gli imperatori, a quelle delle popolazioni dell'attiva ed energica borghesia lombarda. A Roma l'Antichità ha lasciato tracce troppo profonde perché gli uomini che la abitano possano liberarsi dei ricordi e delle grandezze che li circondano e di cui vivono. Periodicamente, è accaduto che se ne siano inebriati, che abbiano creduto di essere ancora i padroni della terra e i discendenti del popolo re. La sola organizzazione municipale che Roma abbia mai avuto è quella che ha conquistato il mondo e che è morta della propria conquista. Divenuta il centro della politica universale e poi della Chiesa universale, questa città apparteneva troppo all'Europa cristiana per poter appartenere a se stessa. Un semplice consiglio comunale non poteva prendere il posto del Senato, tant'è vero che è il Senato, quello che i Romani hanno creduto di ripristinare in ognuna delle crisi della loro storia così agitata, il Senato antico, legislatore e amministratore supremo delle umane cose.
Quando Barbarossa si avvicinava al Tevere si era al momento culminante di una di queste crisi. Il papa era fuggito; Arnaldo da Brescia governava la città e sognava di riformare al tempo stesso e la Chiesa e l'impero. Il misticismo religioso si univa in lui al misticismo politico. Voleva ricondurre la Chiesa alla purezza e alla povertà evangelica, mentre l'imperatore, ricevendo dal popolo romano il governo del mondo, sarebbe stato l'organizzatore della società temporale e avrebbe ridotto il papa al rango di un semplice prete. Così, per una singolare concomitanza, l'Antichità ispirava allo stesso modo il re di Germania e il rivoluzionario italiano. Ma come avrebbero potuto intendersi? L'uno faceva derivare dal popolo i diritti dell'imperatore e aspettava da lui un rinnovamento del mondo. L'altro, nel potere imperiale non vedeva che l'egemonia sul mondo qual era, o piuttosto quale appariva ai suoi occhi di guerriero e di uomo della società feudale. Per Federico, come per il papa, Arnaldo non era che un pericoloso eretico. Lo lasciò nelle mani di Adriano IV, che lo mise al rogo.
Rientrato a Roma circondato dai cavalieri tedeschi, il papa sembrava il debitore di Federico secondo quale, quando ricevette a San Pietro la corona imperiale (18 giugno 1155), credette che ormai essa sarebbe stata al riparo dalle insidie del papato. Ma Adriano non aveva abbandonato alcuna delle pretese della Santa Sede. Federico era appena tornato in Germania, che dovette rendersene conto con indignazione. Il legato Rolandi arrivava a permettersi, in sua presenza, di trattare l'impero come "beneficio" (feudo) del Santo Padre. Allo stesso tempo, i comuni lombardi rafforzavano la loro indipendenza e, sotto la guida di Milano, si preparavano apertamente alla guerra. Questa volta, l'imperatore era deciso a infliggere un gran colpo e mettere a terra gli avversari. Nel 1158, era di nuovo in Lombardia, ancora una volta, e nelle forme più solenni faceva proclamare i propri diritti sovrani (regalia), condannava come una ribellione irragionevole e criminale la libertà delle città, ne ordinava la demolizione delle mura e le sottometteva alla giurisdizione di "podestà" da lui nominati. L'alterigia sprezzante del suo linguaggio e del suo atteggiamento non fece che accendere la resistenza. La cavalleria tedesca, con sorpresa pari alla rabbia, si vedeva affrontare in aperta campagna da semplici borghesi e si esasperava di non riuscire a prendere d'assalto i bastioni che quella canaglia difendeva vittoriosamente. Il contrasto delle nazionalità rinforzava l'odio dei combattenti, ma quel che era in gioco, erano due forme sociali incompatibili: da una parte, l'assolutismo sostenuto da un'aristocrazia militare, dall'altra, l'autonomia politica e la libertà municipale, per le quali coloro che le proclamavano erano pronti a morire. A sei secoli di distanza, e in un ambito più ristretto, la resistenza che la borghesia lombarda oppose a Federico Barbarossa è quella che, nel 1790, la Rivoluzione Francese oppose alle armate della Prussia e dell'Austria.
Crema fu data alle fiamme dopo un assedio di sette mesi (1160). Milano si difese eroicamente per nove mesi e, alla fine (marzo 1162), capitolò soltanto stretta dalla morsa della carestia e della peste. Non doveva aspettarsi perdono. Federico secondo non capiva niente della civiltà superiore dei nemici. Nella sua brutalità ingenua, applicò loro il castigo con cui avrebbe colpito un "borgo" feudale che si fosse permesso di tenergli testa. Fece radere al suolo la città, come se bastasse questo a impedirle di rinascere.
Questa vittoria dovette sembrargli tanto più decisiva, in quanto ne aveva appena riportata - così credeva - un'altra sul papato. Adriano quarto era morto (1 settembre 1159) e poiché i cardinali non erano riusciti a mettersi d'accordo sull'elezione del successore, Alessandro terzo e Vittore terzo si attribuivano entrambi la tiara e si scomunicavano a vicenda. Ottima occasione per l'imperatore, per imporsi alla Chiesa decidendo, come un tempo aveva fatto Enrico terzo, tra i due avversari. Riunì un sinodo a Pavia e i vescovi tedeschi e italiani che vi parteciparono si pronunciarono naturalmente in favore di Vittore, dal momento che Alessandro non era altri che l'insolente Rolandi (febbraio 1160) e che, eleggendolo, la maggioranza del conclave aveva voluto affermare la propria politica anti-imperiale. Ma Federico dovette rendersi ben presto conto che l'Europa non era disposta a piegarsi alla sua volontà, più di quanto lo fossero le città lombarde. Tutta la cattolicità si strinse intorno ad Alessandro, e i re di Francia e d'Inghilterra, malgrado le preghiere che l'imperatore si degnò rivolgere loro, rimasero irremovibili. Ma l'imperatore si ostinò. Essendo morto Vittore IV, fece eleggere Pasquale terzo (20 aprile 1164), prolungando così per orgoglio uno scisma da cui non poteva sperare più niente.
Ebbe per lo meno la soddisfazione di accompagnare il suo papa a Roma, mentre Alessandro era rifugiato in Francia (1167) e di proclamare la sovranità dell'impero sulla città. Poi, dovette riattraversare al più presto le Alpi, perché la peste si era infiltrata nel suo esercito.
L'atteggiamento dell'Italia era più minaccioso che mai. Il terrore a cui si era fatto ricorso contro le città lombarde non era servito che ad accenderle di una passione più aspra. Si erano strette intorno al papa, e avevano dato il suo nome ad Alessandria. Milano si risollevava dalle rovine e ricostruiva la propria cinta urbana. Si doveva ricominciare tutto daccapo. Nel 1174, iniziò una nuova campagna che prima si trascinò in una serie di assedi e poi terminò bruscamente il 29 maggio 1176 con la battaglia di Legnano, dove l'esercito imperiale fu fatto a pezzi e disperso dai Milanesi e dai loro alleati. La catastrofe era senza rimedio, al pari dell'umiliazione. Alessandro terzo e i borghesi lombardi trionfarono entrambi su questo imperatore, tanto arrogante quanto si era creduto forte. Dalla brutalità, egli passò immediatamente alla deferenza e all'umiltà. Sacrificò il nuovo papa, Callisto terzo, che aveva fatto nominare alla morte di Pasquale, riconobbe Alessandro e, a Venezia, dove si riconciliò con lui, abbandonò gli atteggiamenti da Augusto, si prosternò e gli baciò i piedi. Le delegazioni delle città lombarde, che il papa aveva promesso di far riconciliare con l'imperatore, assistettero a questa cerimonia. Fu conclusa una tregua di sei anni, trasformata in seguito in trattato definitivo a Costanza (giugno 1183): essa definisce formalmente il diritto dell'Impero a ricevere da quelle città sussidi e contingenti militari, che, peraltro, non furono mai forniti.
Federico rientrò in Germania solo per trovare Enrico il Leone e i suoi sostenitori guelfi in piena rivolta. Riuscì a sconfiggerlo senza che però quella vittoria garantisse maggiore saldezza al potere monarchico. Obbligato a ingraziarsi i principi, si vide costretto a spartire con loro le spoglie del vinto. Il ducato di Baviera fu dato a Ottone di Wittelsbach; il ducato di Sassonia fu diviso tra l'arcivescovo di Colonia, che ricevette la Westfalia, e Bernardo d'Anhalt. La caduta di Enrico il Leone fece scomparire un pericoloso nemico dell'imperatore, ma fu una disgrazia per la Germania. Dominando dalle Alpi al Baltico, e avendo conquistato e colonizzato vasti territori slavi al di là dell'Elba, Enrico aveva una potenza che, se fosse durata, avrebbe potuto imporsi a tutto il paese e saldarne insieme le regioni così diverse che lo frammentavano. Fu rovesciato dal coalizzarsi degli interessi dinastici con quelli del feudalesimo, e il trionfo dei suoi nemici non ebbe altro risultato che di aumentare ancor più la frammentazione feudale che in Germania, di monarca in monarca, si andava facendo sempre più vasta. Alla fine del dodicesimo secolo, era arrivata a tal punto che Federico comprese come, per assicurare l'avvenire della propria dinastia, fosse indispensabile cercare una base territoriale esterna. A ciò è dovuto, nel 1186, il matrimonio di suo figlio Enrico con Costanza, erede al Regno di Sicilia. Per tramandarsi, la casata degli Hohenstaufen era costretta a denazionalizzarsi e a volgersi dalla Germania all'Italia.
Fu il solo risultato duraturo - ma a qual prezzo! - della carriera tanto chiassosa e sterile di Federico Barbarossa. La terza Crociata gli fece sperare in una rivincita alle sue delusioni e la sua mente chimerica credette giunta l'occasione propizia per ridare lustro alla maestà imperiale ponendola alla testa della cristianità, per riconquistare il sepolcro di Cristo. Si armò della croce nel 1183. Il 10 giugno 1190 un banale incidente di cavallo gli fece trovare la morte nelle acque del Cidno.

2. Fino a Bouvines.

Federico Barbarossa lasciava al figlio, Enrico sesto, una Germania ingovernabile. Anziché migliorare la posizione della dinastia, la disfatta di Enrico il Leone l'aveva aggravata. Ritiratosi in Inghilterra, questi aveva attratto l'attenzione e l'ambizione dei Plantageneti sulle questioni della Germania e assicurato il loro appoggio ai suoi sostenitori. Quindi il nuovo regno fu salutato da una rivolta dei Guelfi che fu necessario sedare con concessioni e promesse. Enrico sesto trascurò la Germania per l'Italia ancor più di suo padre. Poiché l'universalità della politica imperiale non lo legava a nessuna nazione, la sua sede doveva naturalmente trovarsi là dove quella trovava la forza. L'eredità del regno di Sicilia, che Enrico aveva raccolto nel 1189 alla morte del suocero Guglielmo il Buono, lo portò a insediarsi al sud della Penisola e decise della sua carriera.
Innalzato dal papa Innocenzo secondo al rango di regno in favore di Ruggero secondo, nel 1130, lo Stato normanno di Sicilia era incontestabilmente il più ricco, e, dal punto di vista dello sviluppo economico, il più avanzato degli Stati occidentali. Bizantino nella parte continentale, musulmano nella parte insulare, favorito dall'enorme sviluppo delle coste e dalla navigazione che intratteneva allo stesso tempo con i maomettani della costa d'Africa, con i Greci delle isole dell'Egeo e del Bosforo e con gli insediamenti dei crociati in Siria, colpiva tanto per la mancanza di carattere nazionale quanto per la varietà della sua civiltà nella quale venivano a confondersi e ad amalgamarsi quella di Bisanzio e quella dell'Islam. Al di sopra della mescolanza ibrida delle popolazioni su cui regnavano, i sovrani normanni avevano istituito un ordinamento formalmente feudale ma in realtà assolutistico, che aveva saputo fare proprie le procedure dell'amministrazione bizantina. Malgrado la loro devozione al papato, questi principi, con acuto senso della politica, lasciavano che i sudditi musulmani e ortodossi praticassero ognuno la propria religione. Le loro finanze erano esemplari. La coltura del riso e del cotone, introdotta dai Musulmani in Sicilia, le industrie orientali praticate nelle grandi città - Palermo, Messina, Siracusa - fornivano al tesoro pubblico introiti più abbondanti che altrove e venivano percepiti con modalità più accorte. La popolazione, abituata da sempre all'amministrazione evoluta sia di Bisanzio che dell'Islam, si lasciava governare docilmente. C'era da temere solo la nobiltà normanna che, se pure aveva rapidamente perduto la forza primitiva e si era infiacchita nelle delizie delle usanze semiorientali, non per questo era meno avida e irrequieta.
L'acquisizione di un simile regno metteva Enrico sesto in possesso di risorse che, confrontate con i miseri introiti che la Germania forniva ancora alla monarchia, potevano passare per inesauribili. Egli si affrettò a farsi incoronare dal papa, poi ruppe i rapporti con lui, spezzò il vincolo di sovranità che legava la Sicilia alla Santa Sede e rinnovò le pretese di Federico sulla città di Roma e sugli Stati di Pietro. I suoi piani andavano ben oltre. Miravano nientemeno che a ricostituire l'impero romano, ma questa volta in quel bacino del Mediterraneo un tempo conquistato da Roma, che oggi Bisanzio e l'Islam si spartivano. Sembra che Bisanzio, soprattutto in questo momento, in preda all'anarchia di intrighi dinastici, di rivolte di palazzo e di sollevazioni militari, abbia solleticato l'ambizione dell'imperatore. Già prima di lui, aveva eccitato la cupidigia dei principi normanni. Il re Ruggero secondo non aveva forse approfittato della seconda Crociata per saccheggiare la Dalmazia, l'Epiro e la Grecia e impadronirsi delle isole di Zante e Corfù? Intraprendente e sognatore come suo padre, Enrico stringeva rapporti con gli Stati dei crociati in Siria, con i principi musulmani della costa d'Africa e preparava una grande spedizione contro Costantinopoli, quando una morte imprevista (27 novembre 1198) mandò all'aria tutti i suoi bei progetti e gli risparmiò una guerra inevitabile con il papato, che ne avrebbe resa impossibile l'esecuzione anche se fosse rimasto in vita.
Grazie alle sue ricchezze siciliane, era riuscito a far eleggere dai principi tedeschi il figlio Federico secondo re dei Romani. Il bambino aveva due anni. I principi si dimenticarono immediatamente di lui e si occuparono di eleggere un altro re. Ma non riuscivano più a intendersi.
I due partiti in cui erano divisi, guelfi e ghibellini, erano semplicemente due fazioni feudali, che tenevano entrambe in poco conto gli interessi della monarchia e che cercavano soltanto di far andare al potere un capo che permettesse ai suoi elettori di prendere ancor più potere, sia a scapito dei loro avversari che dello stesso Stato. Il denaro straniero, che in seguito in Germania avrebbe così spesso determinato l'esito delle elezioni regie, entrò apertamente in scena per la prima volta. Le sterline di Riccardo Cuor di Leone furono elargite in abbondanza in favore del suo candidato, il duca Ottone di Brunswick, figlio di Enrico il Leone, che era stato educato in Inghilterra, e che di tedesco non aveva altro che la passione guelfa contro gli Hohenstaufen. I sostenitori di questi ultimi gli opposero il fratello di Enrico sesto, Filippo lo Svevo, che comperò l'alleanza di Filippo Augusto cedendogli la Fiandra imperiale. Diede inoltre la corona regale al duca di Boemia per legarlo a sé. E la guerra civile scoppiò dalle Alpi al Mare del Nord, dall'Elba al Reno, e, con il pretesto di difendere il sovrano legittimo (1198), tutti i principi si scagliarono gli uni contro gli altri.
Questa guerra capitava a proposito per il papa. Facendo leva sulla vecchia pretesa della Santa Sede di dover approvare l'elezione del re dei Romani, egli intervenne tra i contendenti. Filippo non poteva rinunciare alle tradizioni della propria casata e sacrificare i diritti dell'impero. Per quanto debole, si considerava il successore degli Augusti a tal punto, che si era fatto chiamare Filippo secondo, ricordando come, nel secondo secolo, Filippo l'Arabo avesse governato l'impero romano. Quanto a Ottone IV, prometteva tutto quello che si voleva: astensione nelle elezioni episcopali, rinuncia a qualsiasi sovranità su Roma, rinuncia al regno di Sicilia. Innocenzo si pronunciò in suo favore, senza tuttavia che quella sentenza e la scomunica pronunciata contro Filippo e i suoi seguaci indebolissero i sostenitori di Filippo al punto da costringerli a deporre le armi (1201). La lotta ebbe fine solo dopo l'assassinio di Filippo, nel 1208. Sbarazzatosi del rivale, Ottone partì per Roma e l'anno successivo ricevette la corona imperiale. Qualche mese più tardi veniva scomunicato. Appena incoronato, infatti, il Guelfo si era fatto Ghibellino e si era messo a rivendicare, esattamente come gli Hohenstaufen, tutti i poteri e le pretese alle quali aveva rinunciato qualche anno prima.
L'arma destinata ad abbatterlo si trovava nelle mani del papa. Il figlio di Enrico sesto, Federico, che la madre, morendo qualche mese dopo il marito, aveva affidato alla tutela di Innocenzo terzo, riconoscendo la Sicilia come feudo della Santa Sede, aveva appena compiuto il quattordicesimo anno di età e preso il governo del proprio regno di Sicilia. Quale mossa più abile che mandarlo in Germania, farvelo riconoscere come re e grazie a lui aizzare contro il Guelfo infedele una nuova sommossa di Ghibellini che, questa volta, avrebbero agito in favore della Santa Sede? Per eseguire un piano tanto ardito, occorreva un alleato. La lotta appena scoppiata tra Francia e Inghilterra lo additava al papa: era Filippo Augusto. Filippo sapeva infatti che Ottone aveva promesso appoggio a Giovanni senza Terra e niente poteva tornargli più utile di una sollevazione in Germania contro l'alleato del suo nemico. Così, come un tempo il tesoro inglese aveva comperato elettori a Ottone, altrettanto fece il tesoro francese, ma questa volta in favore di Federico secondo. Non appena il giovane principe si fu presentato in Svevia, una quantità di principi si pronunciarono per lui (1212). Due anni dopo, la mazzata di Bouvines metteva a terra, con Ottone, l'ultimo rappresentante della politica imperiale quale l'avevano intesa, fino a Federico Barbarossa, tutti gli imperatori tedeschi. Il 19 novembre 1212, Federico aveva concluso un trattato con la Francia contro Ottone e l'Inghilterra. Il 12 luglio 1213, a Eger, riconosceva tutti i beni del papa in Italia e rinunciava al diritto di sovrintendere alle elezioni episcopali, conformemente al Concordato di Worms. La lotta aveva deciso a un tempo, tra lui e Ottone, tra l'impero e la Chiesa e tra la Francia e l'Inghilterra.
Era finita per sempre la chimera inseguita da questi imperatori, che avevano sognato di ricostituire l'impero romano. Il papa trionfava: nel 1214, non poteva pensare che il suo pupillo sarebbe ben presto diventato il più tenace nemico della Santa Sede. Ma la lotta che si sarebbe aperta con lui, inaugura, nei rapporti tra papato e Impero, una fase completamente nuova. A questa lotta, infatti, la Germania non prenderà parte alcuna. Federico l'abbandonerà per l'Italia e, lasciata a se stessa, finirà col cadere nello sgretolamento politico, prima di sprofondare nell'anarchia del grande interregno.



LIBRO SETTIMO L'EGEMONIA DEL PAPATO E DELLA FRANCIA NEL TREDICESIMO SECOLO.

CAPITOLO PRIMO Il papato e la Chiesa.

1. La situazione del papato nel tredicesimo secolo.

Tra la battaglia di Bouvines che lo apre e il conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio ottavo che lo chiude, il tredicesimo secolo si staglia come un'epoca caratterizzata dalla doppia egemonia del papato e della Francia. Sia separatamente, sia di comune accordo, queste due potenze determinano il corso della politica, mentre l'una attraverso la Chiesa che dirige e l'altra attraverso la superiorità della propria civiltà, agiscono profondamente sulla vita intellettuale, morale e sociale. Tanto il trionfo del papato sull'impero è stato fatale alla Germania, tanto è stato propizio alla Francia, che le circostanze ne hanno fatto partecipe.
Occorre ripeterlo: quel che per due secoli e mezzo ha messo a confronto imperatori e papato, non è affatto la preoccupazione di difendere il potere temporale contro le ingerenze della Chiesa. Considerare la questione in questi termini significa portare in pieno Medio Evo idee e problemi che compaiono solo nei tempi moderni. Né l'umiliazione di Enrico quarto a Canossa, né quella di Federico Barbarossa a Venezia, né quella di Ottone quarto a Bouvines furono l'umiliazione della potenza civile di fronte all'arroganza sacerdotale. In realtà, il conflitto non era un conflitto dello Stato contro la Chiesa; era una lotta intestina in seno alla Chiesa stessa. Quel che gli imperatori volevano, era costringere i papi a riconoscere il loro governo sulla Chiesa universale, sia che facessero appello all'impero carolingio, come Ottone e gli Enrichi, o all'impero romano, come gli Hohenstaufen. Le loro pretese mettevano dunque in pericolo presso tutti i popoli questa indipendenza temporale di cui vengono nominati difensori per la più strana delle confusioni. La causa del papa era la causa delle nazioni e la libertà della Chiesa era legata alla sorte della libertà degli Stati europei; tant'è vero che la vittoria di Filippo Augusto a Bouvines decide di entrambe.
Il crollo di Ottone IV, del resto, non pose fine all'impero, che continuò a sopravvivere fino alle soglie dell'Era Contemporanea. Napoleone I, che infranse tante cose in Europa, nel 1806 abolì questo venerando ricordo, con la creazione della Confederazione del Reno (luglio 1806). Ma si può dire tuttavia che a partire dall'inizio del tredicesimo secolo, il ruolo storico dell'impero sia concluso. Esso cessa di esistere come potere universale, come autorità europea. Se gli imperatori continuano a chiamarsi "imperatori romani sempre augusti", se conservano, tra i loro emblemi, il globo che rappresenta il mondo e se, fino a Carlo quinto, insistono a farsi incoronare a Roma, di fatto non sono più che i sovrani, o per meglio dire i signori di quella miriade di principati e di repubbliche municipali a cui dà vita la Germania della fine del Medio Evo e dell'Era Moderna, e che, dopo il quattordicesimo  secolo, viene indicata col nome di "Sacro Romano Impero delle nazioni germaniche".
Dopo la caduta dell'impero, un solo potere universale rimane in piedi in Europa, quello del papa, e l'isolamento in cui si trova lo fa apparire tanto più grande. Tutto il governo della Chiesa fa capo a lui: è una monarchia, questa sì, veramente universale, la cui centralizzazione non fa che aumentare. Ora tutti i vescovi prestano giuramento al papa; nessun ordine religioso può essere fondato senza la sua autorizzazione; la corte di Roma riceve gli appelli di tutto il mondo cristiano e i suoi legati sovrintendono in tutti i paesi all'esecuzione dei suoi comandi e al mantenimento della disciplina. Per governare una tale compagine e per indirizzarne l'azione due cose sono indispensabili: diritto e finanze. Il diritto canonico, di cui il più antico monumento, il decreto di Graziano, viene pubblicato a Roma nel 1150, si sviluppa rapidamente sotto quei grandi giuristi che sono stati Innocenzo terzo e Innocenzo IV. Alla fine del tredicesimo secolo è completo e in seguito non verrà più modificato. Quanto alle finanze pontificie, che occorre scrupolosamente distinguere dalle finanze del papa in quanto sovrano di Roma, esse si alimentano sia con l'obolo di San Pietro, al quale sono tenute l'Inghilterra e l'Aragona, sia con le tasse sempre più numerose che colpiscono i dignitari della Chiesa; annate, legittime, diritti di pallio, d'indulto, e così via. È questo complesso di balzelli a formare il tesoro della Santa Sede e a metterla in condizioni di svolgere il ruolo universale che le appartiene, di finanziare Crociate, di mantenere missioni, di aggiungere alla propria influenza spirituale l'influenza tutta terrena dell'oro. È impossibile raffigurarsi l'immenso ascendente di un pontefice come Innocenzo terzo, se si dimentica di considerarlo come una potenza finanziaria. E d'altra parte, occorre osservare che questa potenza finanziaria, che la gerarchia cattolica alimenta e mantiene da ogni parte d'Europa, è stata possibile soltanto grazie ai progressi economici determinati dalla rinascita del commercio. Fino a che l'Occidente è rimasto allo stadio della civiltà agricola, il papa non ha potuto avere e non ha avuto altre risorse che quelle delle proprietà del patrimonio di San Pietro. A ciò sono dovuti i suoi sforzi per ingrandirsi in Italia, e assicurarsi i beni della contessa Matilde in Toscana, e la sua iniziale resistenza all'espansione dello Stato normanno. Ma quando la circolazione monetaria si attua e si sostituisce sempre più al sistema dei redditi in natura, la fiscalità della Chiesa può svilupparsi fino agli estremi limiti dell'autorità pontificia. Compare allora questa novità: le tasse pontificie. Prima, sarebbero state impensabili. Esse sono, nella storia dell'organizzazione ecclesiastica, il contraccolpo della trasformazione economica che, nella stessa epoca, inizia a rendere possibile negli Stati un vero sistema di imposte. È singolare vedere quanto il papa approfitti, per l'esazione, dell'organizzazione capitalista che incomincia a svilupparsi nei grandi comuni italiani. Sono mercanti, banchieri di Siena, più tardi, di Firenze, coloro a cui dà l'incarico di riscuotere e di fargli pervenire i suoi redditi. Prima dei sovrani laici, i papi sono stati in rapporti stretti con la gente di finanza e la necessità di questi ultimi di raccoglierne i proventi in tutta Europa, di convertirli, con il cambio, in moneta italiana o in moneta internazionale, di metterli a loro disposizione senza doversi assoggettare a costosi e rischiosi trasporti al di là dei monti, ha contribuito in maniera speciale alla nascita delle prime operazioni bancarie e delle prime lettere di credito, antenati lontani della cambiale.
Certo è che, confrontati con i loro predecessori dell'undicesimo secolo, con un Gregorio settimo, un Innocenzo quarto e anche con i contemporanei di San Bernardo, i grandi papi del tredicesimo secolo presentano un carattere più terreno. Si direbbe che hanno calato Dio e il cielo nella Chiesa. Le hanno dato una forza e una maestà incomparabili, ma ci si sente troppo l'opera umana. È uno sforzo ammirevole per costituire sulla terra una società perfetta. Fa pensare a una cattedrale gotica, che si protende verso il cielo, ma che, per quanto alte possano essere le sue volte, non può comunque contenere il cielo, né l'umanità tutta intera, per quanto numerose possano essere le sue sculture, che, accanto a Dio, ai santi e ai demoni, rappresentano gli uomini e i re. Come il diritto ecclesiastico, anche la teologia è essenzialmente una costruzione del tredicesimo secolo. Tutta la scolastica precedente sfocia nella Summa di San Tommaso (1274), dove la morale e i dogmi cristiani sono esposti secondo il metodo aristotelico.
Il punto di partenza è, naturalmente, la rivelazione. La fede fornisce la base incrollabile di una costruzione teologica razionale che abbraccia tutta la società e tutta la vita. Lo scopo, senza dubbio, rimane quello che era e che è sempre stato: la salvezza eterna. Ma non si cerca più di arrivarci attraverso il misticismo, attraverso il contatto diretto con Dio. La Chiesa si interpone ovunque. Nel tredicesimo secolo non si concepirebbe più un San Bernardo come consigliere di papi che mostrano diffidenza per San Francesco d'Assisi. Quel che si cerca ora è il governo delle anime attraverso la Chiesa, governata a sua volta dal vicario di Gesù Cristo. E queste anime, le si accetta nei corpi a cui danno vita, vale a dire, si accetta la società: non le si chiede l'eroismo, né la rinuncia al mondo. Solo che obbedisca alla Chiesa e si lasci guidare da lei alla salvezza. Ogni creatura, ogni professione è sottoposta alla Chiesa, e quindi, al pontefice romano. Esistono peccati di politica (guerra ingiusta), peccati di commercio (giusto prezzo), che il diritto ecclesiastico definisce e castiga. Tutta la vita è quindi posta sotto il controllo permanente della Chiesa, la vita laica come la vita religiosa. I tribunali ecclesiastici con il loro forum mixtum sono l'organo ordinario non solo per la gente di chiesa, ma per una miriade di materie puramente laiche: testamento, stato civile, matrimonio, usura, e così via. Tutti coloro che hanno ricevuto il battesimo appartengono alla Chiesa e devono piegarsi ai suoi insegnamenti, sotto pena di penitenza, di scomunica, e, se necessario, di Crociata.
C'è, in questo, un'unità grandiosa, perché una dottrina completa si impone a tutto un mondo di credenti che l'accetta; così completa, questa dottrina, da fornire il solo poema veramente universale della letteratura europea: la Divina Commedia di Dante, interamente pervasa dello spirito di San Tommaso. Tutta la vita intellettuale è naturalmente sottomessa allo stesso modo all'autorità della Chiesa. Tutti gli eruditi del tempo sono teologi o giuristi. La filosofia, ancilla theologiae, le università, tutte sul modello di quella di Parigi, vengono poste sotto la diretta autorità del papa. Tutti i maestri che vi insegnano appartengono al clero dei monasteri e delle scuole delle cattedrali; è in questi luoghi che ora si incontra l'istruzione che si imbeve completamente dello spirito dialettico che la scienza nuova ispira. Spezza i suoi ultimi legami con l'Antichità, anche se non con Aristotele e con quello che si sa di Platone grazie agli Ebrei e agli Arabi. Si forma un nuovo latino, il vero latino del Medio Evo che durerà fino al Rinascimento, chiaro, analitico, lo stesso ovunque, lingua dei giuristi e dei teologi. Le belle lettere latine scompaiono. È un latino che dovrebbe chiamarsi latino gotico, perché, per quanto provenga dall'Antichità, al pari dell'architettura gotica, è diventato tanto indipendente dalla letteratura antica quanto quella lo è dall'arte.
Nel momento in cui la Chiesa, dopo aver abbattuto l'impero, è giunta a queste vette di potenza che le danno l'egemonia sul mondo occidentale, un nuovo avversario le si erge contro: l'eresia. Dopo l'arianesimo, che i Goti avevano portato dall'Oriente nel quarto secolo, la cattolicità latina per lunghi secoli aveva unanimemente professato la stessa fede e riconosciuto gli stessi dogmi, differenziandosi, per la continuità della sua ortodossia, dalle dispute religiose che, fino al decimo secolo, non fanno che turbare la Chiesa greca. Questa calma si spiega senza difficoltà. In Occidente, a differenza dell'impero bizantino, non c'era né tradizione filosofica, né istruzione al di fuori del clero, né contatto con le civiltà che professavano religioni diverse, né stato sociale in grado di sospingere le menti verso novità pericolose. In che modo avrebbe potuto essere messa in discussione la fede, in una società che viveva nell'isolamento, abituata dalla sua cultura puramente agricola a rispettare la tradizione e l'autorità, e dove la Chiesa, la sola erudita, nell'ignoranza universale, non conosceva altra letteratura che quella latina, vale a dire una letteratura completamente ortodossa? L'undicesimo secolo, che vide il risveglio del commercio, lo sviluppo della navigazione e la nascita delle prime città, vide anche il manifestarsi, nella vita religiosa, dei primi sintomi d'inquietudine. Per vie ignote, ma che sono senza dubbio le vie del commercio, alcune dottrine manichee si infiltrano dall'Oriente in Lombardia, dalla Lombardia in Francia e nella Germania renana. Scarsi all'inizio, i loro adepti si moltiplicarono nel corso del dodicesimo secolo, e, per ragioni poco conosciute, si diffusero soprattutto nella contea di Tolosa e nella regione di Albi, donde il loro nome di "Albigesi". Più mistici e più ascetici ancora dei loro contemporanei ortodossi, essi giungono a rifiutare, in nome dello spirito, unico principio di vita e di verità, non soltanto la società, ma la Chiesa stessa, corrotta dalla ricchezza e dalla potenza. Per arrivare a Cristo, di cui si dichiarano i soli discepoli, occorre spogliarsi di qualsiasi natura terrena, raggiungere uno stato di purezza perfetta. Da qui, il loro nome di Catari (?aTa???), temuto e aborrito, nel dodicesimo secolo, quanto lo sarà nel quattordicesimo  quello degli Anabattisti, da cui prende origine la parola che, nelle lingue germaniche, designa l'eretico (ketzer, ketter). Come gli Anabattisti, del resto, questi visionari minacciano al tempo stesso l'ordine sociale e quello religioso. Predicano la comunione dei beni insieme all'annientamento della Chiesa, e non può stupire che i baroni francesi abbiano risposto con entusiasmo all'appello di Innocenzo terzo che predicava la Crociata contro di loro. Dal 1208 al 1235, essi furono braccati e sterminati in tutta la Linguadoca, tra orrori che fortunatamente non ritroveremo più nella storia fino alle guerre di religione del sedicesimo secolo. Non si riuscì però a massacrarli tutti e come sempre accade, la persecuzione, uccidendo i corpi, non ne uccise lo spirito, avvalorando così la loro dottrina. Fino alla comparsa di Wycliffe, quasi tutte le sette eretiche, Apostolici, Fratelli del libero Spirito, Begardi, etc. - con la sola eccezione dei Valdesi - sembrano rifarsi, di fondo, al misticismo cataro. Ed è per questo che, in definitiva, nessuna di esse fu molto pericolosa. Il radicalismo delle loro aspirazioni fu sempre irrealizzabile in pratica e valse loro ovunque l'ostilità delle autorità sociali. Reclutarono aderenti soprattutto fra il proletariato delle città. Ed è questo che spiega tanto l'ingenuità dei loro sogni comunisti, quanto, tranne in certi momenti di crisi, l'ambito alquanto ristretto della loro diffusione. A eccezione di qualche grande città industriale, il proletariato operaio non rappresentava, all'interno della borghesia, che una minoranza infima. La massa dei borghesi si componeva di piccoli imprenditori, di maestri artigiani, in breve, di quella classe media ostile tanto al capitalismo quanto al comunismo.
Ma, dalla fine del dodicesimo secolo, la Chiesa pose tutti i suoi sforzi nel perseguire e combattere l'eresia. Sopportava gli Ebrei perché erano al di fuori della sua compagine; non sopportava gli eretici, nei quali vedeva, se possiamo usare l'espressione, dei colpevoli di lesa maestà spirituale. Se essi rifiutavano di abiurare le loro dottrine, li escludeva dalla sua comunione: poi, dopo averli in tal modo colpiti con la pena capitale dell'anima, li abbandonava nelle mani del potere secolare che si incaricava di annientarne il corpo.
Questa divisione dei compiti rispondeva perfettamente alla concezione che alleava la Chiesa allo Stato, pur riservando a ciascuno il proprio ambito, le anime all'una, i corpi all'altro. Prima del dodicesimo secolo, si coglie qua e là, tra l'alto clero, l'espressione di dubbi sulla legittimità della pena di morte applicata agli eretici. Dopo che la Chiesa, sotto il pontificato di Innocenzo terzo è giunta alla sua maestosa e potente unità, non si trova più niente del genere. Anche in questo caso si manifesta lo spirito giuridico e governativo di cui si impregna l'ordinamento ecclesiastico. L'ortodossia, divenuta un corpo di dottrina che si impone a tutti gli uomini e a tutte le loro azioni, non può più permettere dissidenze, e qualsiasi opinione individuale, qualsiasi deviazione dalla norma, diventano un crimine. L'ordine dei Domenicani, fondato nel 1216, si impegna in particolar modo a perseguire e giudicare gli eretici. A fianco all'antica inquisizione episcopale appare l'inquisizione pontificia, creata da Gregorio nono nel 1233, una sorta di polizia universale impiegata per la difesa del dogma. E l'autorità laica si affretta a darle la propria collaborazione. Il principio della religione di Stato le fa considerare criminale chiunque si ponga al di fuori della Chiesa. Non devono forse a Dio il potere, i re, e non sono forse essi i protettori della Chiesa? È già tanto se nelle città il senso civico si oppone inconsciamente non certo alla fede, ma alle conseguenze che derivano dall'abbandonarla. Solo assai rarefatti e deboli si manifestano i primi sintomi dell'indipendenza della società laica nei confronti della società religiosa.

2. La politica dei papi.

Si dice spesso che il tredicesimo secolo è stato una teocrazia. Bisogna intendersi. Se si chiama teocrazia uno stato di cose nel quale la Chiesa gode di un prestigio senza confronto e dove nessuno sfugge al suo ascendente morale, senza dubbio il tredicesimo secolo è stato una teocrazia. Ma non lo è stato se la teocrazia consiste nell'affidare direttamente alla Chiesa la direzione e il governo degli interessi politici59.
È solo dove un sovrano si è trovato a dare le direttive al papa, come ha fatto Federico secondo, che il papa l'ha privato del potere. Ma in questo bisogna vedere soltanto una conseguenza estrema dei rapporti tra papato, Impero e vassallaggio della Sicilia. Altrove, se i re sono figli sottomessi della Chiesa, stanno però molto attenti a impedirle di intervenire nelle questioni che li riguardano. Senza dubbio, pochi sono gli avvenimenti politici, tra la fine del dodicesimo e l'inizio del quattordicesimo  secolo, dove i papi non siano intervenuti. Solo, che non vi intervengono da padroni; vi si alleano o vi si oppongono a titolo di singola potenza e purché vi riscontrino un interesse per la loro politica. È vero, hanno un'arma terribile: la scomunica, la quale però perde d'efficacia per l'abuso che ne viene fatto.
Perché i papi hanno una loro politica propria, tanto come capi della cattolicità, quanto come sovrani italiani. Queste due prerogative si confondono spesso; e tuttavia sono distinte.
La vera politica pontificia è la politica della Chiesa quale risulta dalla sua missione universale, e si riassume in una duplice azione: la Crociata e l'unione della Chiesa greca, spesso confuse l'una con l'altra al punto che non sempre è facile separarle. Già Urbano secondo aveva pensato di mettere fine allo scisma per favorire la prima Crociata. Ma questa, al contrario, non fece altro che renderlo più ostinato per l'antipatia che fece nascere tra Greci e Latini. La situazione di questi ultimi, in Oriente, era talmente precaria da rendere necessaria, nel 1143, la seconda Crociata, che, predicata da San Bernardo, provocò uno slancio di misticismo paragonabile a quello della prima. Tuttavia, per quanto voluta dal papa, essa non obbedisce in maniera così totale alle sue direttive come era stato per la spedizione interamente feudale del 1098. Vi prendono parte il re di Francia Luigi settimo, e il re di Germania Corrado terzo e, per quanto modesto sia stato il loro ruolo, esso indica tuttavia che Roma deve ormai fare i conti con le potenze politiche dell'Occidente. Ma lo scopo perseguito non fu mai raggiunto. Gli insediamenti dei crociati in Siria non furono messi al riparo dai pericoli che li minacciavano. Qualche anno dopo, Saladino prendeva Gerusalemme e fu di nuovo necessario chiamare l'Occidente al sepolcro di Cristo. La terza Crociata mise in scena tre capi di Stato: Federico Barbarossa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone. Il primo vi morì senza essere riuscito a risollevare come sperava il prestigio dell'Impero, gli altri due si contrastarono e si lasciarono pieni di rancore, e senza essere approdati a niente. L'esperienza era conclusa. Ormai non c'era dubbio che la Terra Santa non sarebbe stata riconquistata e che le ambizioni terrene si mescolavano in maniera sempre più spiacevole alla guerra santa o "guerra sacra". Enrico sesto, durante il suo breve regno in Sicilia, non aveva forse pensato a una crociata, per così dire, tutta temporale, nella quale non vedeva che l'espansione del proprio potere nel Mediterraneo? Ma Innocenzo terzo serbava l'idealismo cristiano e preparava una nuova spedizione che destinava ad attaccare l'Egitto, base della potenza dei Fatimidi. Questa volta, i re ne avevano abbastanza. I loro affari li trattenevano in patria. Furono principi dei Paesi Bassi, della Champagne, di Blois, a mettersi in marcia. Ma i Veneziani, a cui apparteneva la flotta e i cui servizi non erano stati interamente pagati (le spedizioni diventano più costose e la nobiltà è sul lastrico), dirottarono i crociati contro Zara, città cristiana che infastidiva il loro commercio nell'Adriatico. Il papa li scomunicò, ma invano. A Zara, Alessio l'Angelo, cognato di Filippo di Svevia, nemico del papa, figlio di Isacco Angelo, che il fratello Alessio terzo aveva da poco accecato e detronizzato, chiese loro di marciare su Costantinopoli, promettendo l'unione della Chiesa greca. Il papa si oppose a questo dirottamento, perché non si fidava di un parente degli Hohenstaufen. E tuttavia si andò avanti! Così, Roma non governa più. Il 23 giugno 1203, la flotta è davanti a Costantinopoli e rimette sul trono Isacco. Ma l'odio dei Greci per i crociati che hanno reintegrato in carica l'imperatore provoca una rivolta. Il popolo nomina imperatore il valoroso Alessio Ducas Murtzuflos, che rompe con i Latini, i quali, allora, si impadroniscono della città (12 aprile 1204). Il 16 maggio, Baldovino, che ha portato con sé la maggior parte dei soldati, viene eletto imperatore e incoronato da un legato del papa. La politica di Innocenzo terzo si capovolge all'improvviso. Il suo confidente, il veneziano Tommaso Morosini, viene fatto patriarca di Costantinopoli. Ma non sarebbe stata la Chiesa a trarre profitto dalla spedizione, bensì soprattutto Venezia che, nelle antiche province bizantine, fondò un magnifico impero coloniale.
Quanto all'Impero latino, creazione improvvisata nata dalle mire commerciali di Venezia, dalle lotte dinastiche bizantine e dalla foga dei cavalieri occidentali, che avvenire può attenderlo? Quando si pensi alle conseguenze che ha avuto e ha ancora la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi due secoli e mezzo più tardi, si vede a occhio quale prospettiva avesse davanti a sé una Costantinopoli latina all'inizio del tredicesimo secolo. Ma niente si improvvisa, in storia, e qui si può vedere quanto sia falso pensare che piccole cause provochino grandi effetti. Gli eventi rimasero piccoli, e così anche i loro risultati. Gli Occidentali potevano pure entrare a Costantinopoli con un colpo di mano. Ma per conservare e tenere una città come quella contro la volontà del popolo, sarebbero state necessarie risorse di uomini e di denaro di cui l'Europa, all'epoca, non disponeva. Sarebbe stato necessario possedere e avere in pugno la Tracia e l'Asia Minore. Qual era lo Stato capace di un tale sforzo? Sarebbero stati necessari eserciti permanenti, un afflusso di popolazione nuova. Costantinopoli poteva essere presa e tenuta saldamente soltanto da un popolo guerriero e barbaro come i Turchi, ancora all'epoca delle invasioni, o da una civiltà che, dal punto di vista militare e amministrativo, fosse quello che sarebbero stati i grandi Stati dei Tempi Moderni. Così come si svolse, l'evento del 1204 fu una semplice scaramuccia. Basta leggere Villehardouin per rendersi conto che i vincitori non dubitavano affatto delle conseguenze eccezionali che avrebbe potuto avere la presa di Costantinopoli. Fecero quel che potevano: crearono un imperatore, istituirono feudi, principati e colonie sulle coste: tutto qui. Già nel 1205 Baldovino cadeva nelle mani dei Bulgari. Suo fratello Enrico (1206-1216) ebbe un regno tutto sommato glorioso, nonostante immense difficoltà; vero è che i Greci di Nicea avevano il loro da fare con i Selgiucidi e con diversi contendenti greci. Poi, l'impero latino cade in uno stato pietoso: Pietro di Courtenay (1217-1219), per mantenersi, vende i propri beni in Francia. Roberto, suo figlio, non riesce a respingere i Greci e viene ridotto al solo possesso della città, Baldovino secondo elemosina denaro in Europa, vende la corona di spine a San Luigi, impegna la propria contea di Namur. Non serve a niente. Lo Stato greco di Nicea ora è al sicuro da lui. Nel 1261, Michele Paleologo, con l'aiuto dei Genovesi, gelosi dei Veneziani, riprende Costantinopoli e ristabilisce l'impero. Dell'unione della Chiesa greca non rimane niente. Il solo risultato è stato quello di estendere l'impero coloniale veneziano a scapito di Bisanzio, che non riprende le isole né gli insediamenti fondati in Grecia. L'Impero è più debole di prima, meno capace di resistere ai Turchi. È questo l'esito a cui ha portato la Crociata!
E tuttavia il papato si fa ancora delle illusioni. Urbano quarto e Clemente quarto trattarono con Michele Paleologo per l'unione, che verrà proclamata nel 1274 dal Concilio di Lione. Ma ci si dovrà ben presto rendere conto che Michele, negoziando la riunificazione, non ha cercato che la possibilità di ottenere aiuti militari. Martino quarto pronuncerà la rottura e favorirà i piani di Carlo d'Angiò contro Costantinopoli.
Le cose non vanno meglio per quanto riguarda la Crociata. La quinta, per la quale si infervora Onorio terzo (1218-1221), non è altro che una spedizione condotta dal re titolare di Gerusalemme, Giovanni di Brienne, contro Damietta, con bande portate dall'Ungheria, dal nord, dalla Francia e dalla Germania. Essa fallisce perché il legato la conduce contro ogni buon senso e perché Federico secondo, di cui si aspettava l'aiuto promesso al momento dell'incoronazione nel 1220, non viene.
Le ultime tre Crociate, di cui parleremo più avanti, della Crociata hanno ormai soltanto il nome.
Perché questo decrescendo60 degli esiti della Crociata, inaugurata in maniera così grandiosa? La risposta non è difficile. La Crociata in sé, e come la vuole il papa, non risponde ad alcuno scopo temporale e proprio in questo sta la sua grandezza e la sua debolezza. L'Europa non aveva bisogno della Siria e di Gerusalemme. Le aveva prese in uno slancio d'entusiasmo e non aveva la forza di conservarle. Perché questo accadesse sarebbe stata necessaria una Crociata permanente, che trasformasse l'Europa in un ordinamento militare. Impossibile. Ma, oltre a ciò, man mano che va scomparendo la civiltà agricola che aveva permesso la partecipazione in massa del popolo, la possibilità di nuove Crociate si fa più remota. Le popolazioni urbane e rurali che danno loro vita, non possono più muoversi. La cavalleria è alla rovina e occorre pagarla. Tuttavia, tra le sue file, lo spirito crociato vive ancora a lungo. Invece, nelle città marittime che dalla Crociata traggono immensi vantaggi, da quando si va per mare, scompare molto presto. E da ultimo, c'è la politica. Quella dei re del nord, che non possono più lanciarsi in simili avventure senza motivo e quella siciliana di Federico secondo e Carlo d'Angiò, che mira a fare conquiste. La fede rimane viva, ma la Crociata non è più possibile. Solo il papa rimarrà fedele all'impresa. Sarà il suo pensiero costante. Essa sopravviverà a tutto: al trasferimento dei Teutonici in Prussia, al supplizio dei Templari. Alla fine, i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme saranno tutto quello che sopravviverà del sentimento originario. Per il resto, nel senso cristiano, nel senso in cui l'hanno intesa e voluta i papi, la Crociata ha fallito e, con essa, la politica pontificia. Si è infranta contro le realtà di un'Europa le cui condizioni di vita politica e sociale si erano evolute, mentre lei, la Crociata, rimaneva fedele al suo ideale. Si è infranta contro l'impossibile. In definitiva, la politica universale ha avuto poco successo, tanto con i papi, nell'ordine spirituale, quanto con gli imperatori, nell'ordine temporale61.



CAPITOLO SECONDO Il papato, l'Italia e la Germania.

1. L'Italia.

In confronto al resto dell'Europa occidentale, l'Italia, dopo l'undicesimo secolo, si caratterizza come il paese delle città. Da nessun'altra parte ve ne sono di tanto numerose e attive e da nessun'altra parte svolgono un ruolo altrettanto preminente. A nord delle Alpi, anche nelle regioni dove le città sono più evolute, come in Fiandra e nei Paesi Bassi, sono ben lungi dal dominare l'evoluzione sociale nel suo complesso; accanto a esse, nobiltà e classi rurali conservano un'esistenza indipendente e interessi diversi. In Italia, tutto è sottoposto alla loro azione o vi contribuisce. La popolazione contadina vive in subordine e non lavora che per loro; la nobiltà vi possiede i suoi "palazzi" merlati e turriti, il cui aspetto contrasta violentemente con i castelli dei baroni del nord, disseminati per le campagne, così come la vita dei loro abitanti contrasta con quella della cavalleria settentrionale.
Senza dubbio questa polarizzazione sociale verso le città è da attribuirsi al persistere della tradizione antica. L'organizzazione municipale romana aveva lasciato sull'Italia un segno troppo profondo, troppo aveva radunato e agglomerato il popolo intorno ai centri urbani, perché al momento in cui questi si risvegliarono sotto la spinta del commercio, non riassumessero immediatamente una posizione di predominio. La vita municipale, in Lombardia e in Toscana, ridivenne dunque preminente, come era accaduto nell'Antichità. Ma se le condizioni materiali sono pressappoco identiche, lo spirito è cambiato. Il municipio romano godeva soltanto di un'autonomia locale subordinata alla potenza formidabile dello Stato. La vita italiana del Medio Evo, almeno a nord e al centro della Penisola, è una repubblica62.
Dopo l'undicesimo secolo, la classe mercantile e industriale che incomincia a formarsi, come si è visto, approfitta del conflitto tra il papa e l'imperatore per sollevarsi contro i vescovi e togliere loro di mano l'amministrazione delle città. I primi comuni italiani sono stati proclamati dai "patarini"63, tra i disordini della lotta delle investiture e l'esaltazione mistica. La loro origine è puramente rivoluzionaria e, dal primo momento, hanno contratto le abitudini di violenza che li caratterizzano fino all'ultimo. Per forza o per amore, in ogni città il comune si impone a tutta la popolazione e i consiglieri elettivi, al pari degli scabini delle città belghe, detengono tanto il potere giudiziario quanto l'amministrazione. Ma, a mano a mano che la borghesia si sviluppa, al suo interno i contrasti sociali si accentuano e i partiti si formano sulla base degli interessi divergenti che si fronteggiano. I nomi che li designano bastano a farcene capire la natura. Quello dei grandi si compone della nobiltà urbana, alla quale si unisce uno stuolo di mercanti arricchiti; quello dei piccoli include le corporazioni artigiane di tutti i generi, il cui numero si moltiplica con l'aumentare della prosperità. L'assenza di un principe dotato di un potere super partes, capace di moderare le controversie, conferisce ai conflitti che la questione delle imposte e l'organizzazione del potere municipale scatena tra i due gruppi, un'asprezza e un accanimento che non si riscontrano da nessun'altra parte. Dalla metà del dodicesimo secolo, la guerra civile diventa un'epidemia cronica. Se i grandi vincono, i piccoli vengono massacrati senza pietà; dove invece hanno la peggio, vengono cacciati dalla città, le loro case o i loro palazzi vengono distrutti, ed essi, in attesa dell'ora della riscossa, spadroneggiano nelle campagne circostanti, saccheggiando e molestando i loro compatrioti.
Spesso, coloro che vengono banditi dalle città trovano protezione e alleanza in una città vicina. Infatti, se la guerra regna in permanenza in seno alla borghesia, in genere, domina anche i rapporti delle città fra loro. Poiché ciascuna di esse forma un centro economico indipendente, non pensa che a sé, fa di tutto per obbligare i contadini e le popolazioni dei dintorni ad approvvigionarla, si adopera per costringere il transito dei dintorni a confluire verso di sé, per escludere le rivali del suo mercato e per togliere loro, se possibile, gli sbocchi di cui dispongono. Così, lo scontro degli interessi è violento all'esterno quanto all'interno. Il commercio e l'industria si sviluppano in mezzo a lotte armate. In tutti questi piccoli mondi chiusi e circondati di muraglie, che si spiano dall'alto delle torri, le energie vengono spese con pari vigore per produrre e per distruggere. Ogni città pensa che il proprio benessere dipenda dalla rovina delle rivali. Ai progressi dell'economia urbana corrisponde una politica di particolarismo municipale sempre più spinto e feroce. Gli odi si placano esclusivamente quando si intravede un pericolo comune. Sono state necessarie le minacce e le brutalità di Federico Barbarossa per unire contro di lui la lega lombarda e per riportare la vittoria di Legnano.
Se gli Hohenstaufen non sono riusciti a imporre il loro cesarismo alle borghesie italiane, in compenso hanno dato loro nuovo motivo di discordia. Poiché dopo Legnano aveva cessato di essere pericoloso, l'imperatore poteva servire da alleato nelle lotte civili a quelli che facevano appello a lui; di solito furono i grandi. Dalla Germania, i nomi di Guelfi e Ghibellini passarono quindi in Italia, dove si ambientarono così bene da rimanervi in uso fino alla fine del quindicesimo secolo. Il primo designa gli avversari, il secondo i sostenitori dell'intervento imperiale, anche quando l'imperatore non appartiene più alla casata degli Hohenstaufen. Per di più, nessuno dei due partiti che si scagliavano l'uno contro l'altro conosceva l'origine dei nomi adottati che, trasferiti all'interno delle lotte urbane, non corrispondevano più minimamente al loro significato originario. Qui, Guelfi e Ghibellini erano entrambi repubblicani; la sola differenza tra loro era che, mentre questi speravano nell'appoggio dell'imperatore contro i loro avversari, quelli, per mantenersi al potere, tendevano naturalmente la mano ai nemici dell'imperatore.
L'accanimento che i partiti mettevano nel distruggersi, non impediva loro di pensare ai mezzi per affermare il governo municipale, che, dalla seconda metà del dodicesimo secolo, si cerca di rendere indipendente dalle lotte civili, affidandolo a un podestà. Il podestà è, per così dire, un principe temporaneo che il comune si dà e che, per garantirne l'imparzialità e l'indipendenza dai partiti, viene scelto in un comune straniero. Ma l'istituzione non diede i risultati sperati. Quasi sempre i podestà, per far rispettare la propria autorità, furono costretti ad appoggiarsi a una delle due fazioni nemiche. Dopo il tredicesimo secolo, in qualche città, approfittando dello sfinimento generale, riuscirono a impadronirsi con la scaltrezza o con la violenza dell'autorità suprema e a fondare le prime tirannie che, nel Rinascimento, avrebbero svolto un ruolo molto importante. Penso agli Scaligeri di Verona e ai Visconti di Milano.
Il fermento politico e sociale delle città italiane non mancò di influire sulla loro vita religiosa. Misticismo ed eresia vi si diffondono simultaneamente, dando nuovo alimento alla febbre che le divora. San Francesco d'Assisi è figlio di un mercante, e l'ordine dei Francescani trovò nella borghesia il suo vero campo d'azione. Ma le città brulicano anche di Catari, di Fratelli del libero Spirito, di Valdesi. Nel 1245, a Firenze, i Domenicani provocano una rivolta contro il podestà che accusano di favorire gli eretici. Le leggi atroci emanate da Federico secondo contro questi ultimi dimostrano che, almeno nelle grandi città, il loro numero dovette essere considerevole e che dovettero svolgervi un ruolo purtroppo impossibile a valutarsi con una certa esattezza.
È indubbio che reclutassero la maggior parte dei loro seguaci tra gli operai impiegati dall'industria dell'esportazione. Come in Fiandra, essa è già potentemente sviluppata nell'Italia del tredicesimo secolo, e sempre come in Fiandra, dà luogo alla formazione di un vero e proprio proletariato operaio. I tessitori di Firenze, la grande città del mezzogiorno europeo dove si fabbricano tessuti, non corrispondono certo più di quelli di Gand, di Ypres o di Douai alla tipologia usuale dell'artigiano di città. Lungi dal lavorare per proprio conto, sono semplici salariati, impiegati dai mercanti, asserviti all'influenza del capitalismo nascente, la cui forza e la cui azione vanno aumentando via via che il commercio dilata l'esportazione urbana. Dalla prima metà del tredicesimo secolo, i tessuti fiorentini vengono esportati in tutto l'Oriente e i mercanti riforniscono la città di lana dall'Inghilterra. Una simile attività manufatturiera presuppone evidentemente un livello già notevole di sviluppo del sistema capitalista. Le ricchezze accumulate con il commercio delle mercanzie aumentano ancor più grazie al commercio del denaro. Nel tredicesimo secolo i cambiavalute (banchieri) senesi e fiorentini sono presenti ovunque, in Occidente, dove vengono designati con il nome di Lombardi, un termine che, nell'inglese moderno, si ricollega ancora a certe operazioni di prestito. Abbiamo già visto i servizi che hanno reso al papato come finanziatori. Ma in Inghilterra, nei Paesi Bassi, in Francia, prestano somme sempre più ingenti alle città, ai principi, ai re; vengono impiegati come esattori, argentieri64, garanti della moneta. Sotto Filippo il Bello, i senesi Musciatto (Mouche) e Albizo (Biche) Guidi svolgono contemporaneamente il ruolo di banchieri e di ministri delle finanze della corona, senza cessare per questo di lavorare per il papa e per il re di Sicilia e di occuparsi degli affari di diverse compagnie commerciali, come quella dei Peruzzi. La compagnia senese dei Bonsignori era ancor più importante. Come dice un testo relativo al suo fallimento nel 1298, era la più celebre del mondo e aveva reso innumerevoli servigi a papi, imperatori, re, città e mercanti. Quello stesso anno, aveva già rimborsato 200.000 fiorini d'oro ai suoi creditori e le si lasciò il tempo di procurarsi il resto, dal momento che parte del suo capitale era impegnato in prestiti fatti in diverse parti del mondo che era impossibile realizzare seduta stante. La sua scomparsa ebbe il risultato di fare di Firenze il centro del commercio del denaro e delle banche fino al quindicesimo secolo. I rapporti della città con l'Oriente dovettero ben presto attirare l'attenzione dei suoi uomini d'affari sul commercio dei metalli. Il basso prezzo dell'oro nel Levante permetteva loro di acquistarne facilmente grandi quantità sulle quali, al ritorno, realizzavano profitti notevoli. Si sa del resto che è con i fiorini di Firenze, coniati dal 125265 e imitati ben presto a Venezia (ducati) e poi in Francia, che la moneta d'oro, abbandonata dall'epoca merovingia, riapparve nel commercio internazionale, fornendogli lo strumento di scambio divenuto indispensabile al suo progresso. L'interruzione del commercio aveva dato all'Europa la moneta d'argento; la sua ripresa le restituì la moneta d'oro.
La situazione sociale dei banchieri e dei mercanti italiani ebbe come conseguenza di riavvicinarli alla nobiltà, al punto da confonderli a volte con essa. Questo processo fu tanto più rapido in quanto la nobiltà italiana, anziché risiedere in campagna come quella dell'Europa del nord, viveva nelle città. Già alla fine del dodicesimo secolo, troviamo nobili che si interessano a qualche operazione commerciale e, viceversa, i mercanti vengono fatti nobili. In breve, sotto l'influenza del capitale, la linea di demarcazione tra le classi giuridiche, che altrove rimane così netta, in Italia, nel corso del tredicesimo secolo, si attenua al punto da scomparire quasi del tutto. Si forma un'aristocrazia per la quale la condizione sociale ha più importanza del sangue e il valore individuale prevale sul pregiudizio della nascita. La vita sociale è più articolata, la vita politica più individuale, l'ambizione di ciascuno ha prospettive più sconfinate; ci sono meno consuetudini, meno caste, più umanità e anche più passioni. Anche qui, Firenze ha preso le distanze da tutte le altre città. E va a onore immortale del suo popolo l'aver prodotto e formato il genio a cui il mondo deve quel che di più grande abbia prodotto il Medio Evo, insieme alle cattedrali gotiche di Francia: La Divina Commedia.
Né per ricchezza, né per attività politica, sociale o intellettuale, gli Stati del papato possono sostenere il confronto con la Lombardia o la Toscana. Essi hanno presentato fin dalle origini e conservato fino alla fine, il carattere artificiale di una creazione puramente politica, destinata a garantire a Roma l'indipendenza della Santa Sede. Posti a sbarrare l'Italia tra il regno di Sicilia e la Toscana, tagliati in due dall'Appennino, privi di buoni porti tanto sul Mediterraneo quanto sull'Adriatico, la loro posizione è la più sfavorevole che si possa immaginare. Per di più, il governo del papa non è mai riuscito a imporre loro il rispetto. Le grandi famiglie nobili, da quando hanno cessato di disputarsi la tiara, conservano nondimeno una potenza notevole tanto a Roma quanto alla sua periferia, e le loro guerre private sono ininterrotte. A ciò si aggiunga lo stato di insicurezza al quale le ambizioni imperiali condannano il paese e, a Roma stessa, la difficoltà di tenere tranquillo un popolo vanitoso, orgoglioso e scioperato, sempre pronto a seguire i tribuni che lo inebriano dei grandi ricordi dell'Antichità. È significativo il fatto che i più grandi papi, quelli che deponevano i re o li scomunicavano, un Innocenzo terzo, un Innocenzo IV, non hanno mai vissuto tranquilli nella loro capitale e si sono trovati esposti senza difesa alle sollevazioni di piazza. Benché il popolo romano viva del papato, il papato vive come accampato in mezzo a quel popolo. Roma è il centro della Chiesa universale, la sede della politica ecclesiastica, ma non è tra le sue mura che si raccoglie la vita della Chiesa. A Roma la Chiesa non possiede alcun grande centro d'istruzione e nessuno dei dottori del tempo, - un Alberto Magno, un Tommaso d'Aquino - ci è mai vissuto. Il movimento artistico non è meno insignificante di quello intellettuale. Da Roma non è scaturita alcuna fonte di nuove tendenze religiose. San Francesco viene da Assisi, e san Domenico dalla Spagna. Si direbbe che nell'atmosfera in cui si è sviluppato il governo della Chiesa, né l'arte, né la fede, né la scienza abbiano potuto attecchire.
È un altro mondo quello che presenta il regno di Sicilia, all'estremità della Penisola. Se è ricco quanto l'Italia del nord, in compenso, in politica, è tanto apatico quanto quella è febbrile ed esuberante. Qui, l'amministrazione bizantina e quella araba hanno piegato il popolo alla disciplina dello Stato. Nessuna autonomia, niente comuni, grandi città governate dall'amministrazione pubblica, un popolo abituato a pagare le imposte e a obbedire, funzionari stipendiati e amovibili, un sovrano onnipotente, ecco lo spettacolo che presenta il paese il cui sviluppo agricolo lascia indietro il resto dell'Europa. La sua popolazione è la più densa che esista. Nel tredicesimo secolo, la si valuta intorno a 1.200.000 abitanti (1275), cioè a dire più di quella dell'Inghilterra. Qui, Enrico sesto prima, e Federico secondo poi, hanno fatto progredire l'amministrazione nel senso del puro dispotismo. L'amministrazione dei latifondi, dei monopoli e dei magazzini di Stato, l'organizzazione fiscale ignorano il privilegio, e fanno pensare a un mercantilismo ante litteram, mentre la creazione dell'Università di Napoli e la tolleranza accordata ai Musulmani fa pensare al dispotismo illuminato. Tra il Federico secondo del tredicesimo e quello del diciottesimo secolo, c'è più di un punto di contatto che si spiega facilmente se si pensa che entrambi possono permettersi tutto con il popolo che governano. Le costituzioni promulgate da Federico secondo nel 1231 completano le istituzioni normanne, nel senso di quella che si potrebbe chiamare una burocrazia. Nell'Europa del tredicesimo secolo, il regno di Sicilia è qualcosa di unico, con le sue costituzioni sagge e dispotiche, ispirate al mondo bizantino e al mondo musulmano che in quella terra si incontrarono quando i Normanni andarono a stabilirvisi. Solo nell'Era Moderna gli Stati europei arriveranno a un'amministrazione altrettanto perfetta. Ma qui, abbiamo la prova di come una costituzione che non venga dal popolo non influisca sulla sua civiltà, e di come l'organizzazione non sia tutto. Questa Sicilia "prussianizzata" è assai superiore, per governo, a tutto il resto dell'Europa. Ma non ha prodotto Dante, né l'arte gotica, e neanche in seguito parteciperà alla fioritura del Rinascimento.




2. Federico secondo.

Il destino degli Hohenstaufen li aveva spinti sempre più a fare dell'Italia la base della loro politica. Il loro carattere tedesco si indebolisce sempre più, da Corrado quarto a Federico Barbarossa, e da questo a Enrico sesto. Con Federico secondo, l'evoluzione è completata. Nato da madre siciliana ed educato in Sicilia, è anche lui un siciliano puro. I suoi capelli biondi, come più tardi i capelli biondi di quello Spagnolo che fu Filippo secondo, se proprio li si vuole considerare un indice di "razza" germanica, possono dimostrare una cosa sola, e cioè che la razza non esercita alcuna influenza sulle tendenze morali e sulla forma mentis.
Gregorio nono e Innocenzo quarto hanno accusato Federico secondo non solo d'eresia, ma di bestemmia, e i suoi nemici lo hanno ritenuto autore di un celebre opuscolo, dove Mosè, Gesù e Maometto vengono tutti trattati da impostori. Non credeva in Dio - fidem Dei non habuit, dice Salimbeni, che lo ha conosciuto personalmente - e con ciò bisogna evidentemente intendere che non credeva nella Chiesa. I suoi costumi più che per metà orientali, il suo harem di donne musulmane, la mancanza di fede del genero Ezzelino da Romano che, morendo (1259) rifiutò i sacramenti, lasciano supporre che in realtà, in materia di fede, egli sia stato un "libertino". Un'accusa da cui egli si è sempre difeso. Anzi! ha addirittura promulgato contro gli eretici le leggi più crudeli che mai siano state scagliate contro di loro prima di Carlo quinto. Il fatto è, che in cambio, sperava esiti positivi per la propria politica e che per lui, come per tutti i tiranni italiani del quindicesimo secolo ai quali assomiglia in maniera sorprendente, tutti i mezzi sono buoni per arrivare allo scopo. La menzogna, lo spergiuro e la crudeltà furono le sue armi preferite; le stesse che, più tardi, sarebbero state usate da uno Sforza o da un Visconti, e per completare l'analogia, come loro egli amò l'arte e rispettò la scienza. È stato definito il primo uomo moderno salito al trono; ma questo è vero solo se per uomo moderno si intende "il vero e proprio despota, che niente riesce a fermare sulla via della ricerca della potenza".
Questo Federico, che i papi avrebbero trattato più tardi da belva dell'Apocalisse, da servo di Satana, da profeta dell'Anticristo, iniziò la carriera sotto gli auspici di Innocenzo terzo e in qualità di strumento della Chiesa. Si è già visto come Roma lo avesse istigato contro Ottone di Brunswick e come la battaglia di Bouvines gli avesse valso il trono di Germania. Gli rimaneva da assicurarsi la corona imperiale, e, per ottenerla dal papa, fu prodigo di promesse che fece con una liberalità tanto più grande in quanto era determinato a non mantenerne nessuna. Rinunciò a qualsiasi controllo sulle elezioni episcopali, a qualsiasi pretesa sui territori della Santa Sede, riconobbe il regno di Sicilia come feudo del papato, si impegnò a non riunirlo mai all'impero, e giurò che l'anno successivo avrebbe partecipato alla Crociata. Come avrebbe potuto resistere a tanta buona volontà il pacifico Onorio terzo, appena succeduto a Innocenzo terzo? Federico fu incoronato a Roma il 22 novembre 1220.
Da quel momento, il suo lungo regno si svolse quasi tutto in Italia. Alla Germania, non chiese che una cosa: non creargli problemi. Nel 1233, con il famoso statuto in favorem principum, rinunciò a quella parvenza di potere di cui ancora godeva la monarchia e lasciò ai principi una totale indipendenza sotto il governo nominale dei suoi figli, Enrico prima, e Corrado poi. Da politico realista qual era, comprese assai bene che questo era l'unico modo per risolvere la questione. In realtà, la Germania era diventata ingovernabile. Cercare di risollevare il prestigio della monarchia avrebbe significato condannarsi a una lotta interminabile e sterile contro i principi, risvegliare il conflitto tra Guelfi e Ghibellini, provocare nuovi interventi della Francia e dell'Inghilterra e ricadere sotto l'arbitraggio del papa. La cosa più semplice era di farla finita una buona volta con una situazione senza uscita e di gettare in pasto ai principi i brandelli di un potere che non valeva veramente la pena difendere. D'altronde, che cosa importava, a Federico, della Germania? Non ne conosceva nemmeno la lingua. Per lui era stata semplicemente la strada che bisognava percorrere per arrivare all'impero. La base della sua forza era in Sicilia. Là, grazie all'assolutismo, si trovavano le risorse finanziarie e militari necessarie alla realizzazione dei suoi disegni.
È sempre difficile individuare con esattezza quali siano stati i progetti di una politica fallita. Federico sembra aver mirato prima di tutto a imporre all'Italia intera l'amministrazione dispotica della Sicilia e poi, una volta raggiunto questo scopo, a cercare anche lui, come suo padre e suo nonno, di restaurare l'impero romano. Ma, non essendo riuscito a realizzare neanche la prima parte di questo programma, la seconda non l'ha neppure sfiorata. La sua politica è esclusivamente italiana e assai poco imperiale.
E tuttavia, era una politica che, ancor più di quella dei suoi predecessori, doveva metterlo ai ferri corti con il papato. Il pontefice lo ha considerato come il suo più irriducibile e pericoloso nemico, e non mancano storici che, nel conflitto di Federico con Gregorio nono e Innocenzo IV, vedono una lotta di princìpi e che gli attribuiscono l'onore di aver difeso per la prima volta l'indipendenza del potere temporale di fronte alle pretese della Chiesa. La questione tuttavia non è semplice come appare a prima vista. Personalmente Federico era, se si vuole, un libero pensatore, ma fu il contrario dell'anticlericale. Quanto alle sue teorie politiche, non sono diverse da quelle dei contemporanei. Con loro egli riconosce, almeno a parole, la natura divina dell'istituzione ecclesiastica, il dovere che hanno i principi di difenderla e di perseguitare gli eretici, e l'obbligo che si impone loro di professare i dogmi cattolici. La sua condotta nei confronti della Chiesa si ispira non a un principio, ma esclusivamente ai suoi interessi personali. Purché essa non ostacoli la sua politica, è pronto a farle tutte le concessioni. Ma è proprio questa politica a scontrarsi con quella della Santa Sede. In realtà, i papi lo hanno combattuto più per considerazioni d'ordine temporale che religioso. La controversia tra lui e loro si rivela, nei suoi tratti essenziali, come una contesa tra due potenze italiane. Solo verso la fine ha acquistato maggiore ampiezza e ha spinto Federico, scomunicato e deposto da Innocenzo IV, a farsi passare per il rappresentante della causa dei re di fronte alle pretese della Chiesa.
Ma fin dal principio, la posizione che assunse nei confronti della Chiesa fu assai disonesta. Per giustificare le proprie pretese sull'Italia, aveva bisogno di essere imperatore, e per diventarlo, si era legato le mani. Le promesse fatte per ottenere l'incoronazione lo mettevano alla mercé del papato. Riconoscendosi vassallo della Santa Sede per la Sicilia, si era messo nella posizione più falsa che si possa immaginare. Infatti, la signoria del papa su quel regno era incompatibile con il potere assoluto che egli vi esercitava. Perciò, era ben determinato a non tenere in alcun conto gli impegni presi. La tolleranza di Onorio terzo impedì che il conflitto scoppiasse subito. Ma appena Gregorio nono fu salito sul trono di Pietro (1227), Federico si vide intimare di adempiere ai suoi obblighi, e prima di tutto di partire per la Crociata. Cercò di prendere tempo, si imbarcò, poi tornò indietro. Immediatamente la scomunica si abbatté su di lui. Cercò di rimettere a posto le cose rassegnandosi a obbedire. Nel luglio 1228 salpò per la Terra Santa, e un trattato con il Sultano gli permise di entrare senza colpo ferire a Gerusalemme e di stipulare un accordo che dava ai cristiani la libertà di visitare il sepolcro di Cristo. Il papa rimase irremovibile. Su tutti i luoghi dove egli passava fu gettato l'interdetto e la preghiera che egli venne a recitare sul Santo Sepolcro apparve una profanazione. Non si trovò prete disposto a incoronarlo re di Gerusalemme ed egli fu costretto a cingersene il capo da solo.
Nel frattempo, Gregorio nono ricostituiva l'alleanza del papato con le città lombarde e invadeva la Sicilia. Federico tornò in Italia per combattere. La pace venne infine conclusa il 28 agosto 1230. Ancora una volta l'imperatore accettò le condizioni del papato, garantì la libertà più completa alla Chiesa siciliana, che aveva asservito alle imposte e alla giurisdizione dello Stato e a questo prezzo fu liberato dalla scomunica che pesava su di lui da tre anni.
Riconciliatosi con Roma, volse tutti i suoi sforzi contro i Lombardi. La lotta fu lunga e accanita. Solo nel 1238 la fortuna si pronunciò infine in favore di Federico che credette giunto il momento di estendere all'Italia del nord l'amministrazione siciliana, soffocando sotto il dispotismo l'autonomia e lo spirito repubblicano delle sue città. Imbaldanzito dai successi, si crede oramai il padrone dell'Italia, dove istituisce "vicari" e "capitani"; fa sposare al suo figlio illegittimo Enzo l'erede della Sardegna e gli dà il titolo di re. Delle promesse fatte al papato, non rimane niente. Ha dimenticato che la Sardegna, come la Sicilia, è un feudo di Roma e la Chiesa siciliana è più che mai sottomessa al potere laico. Anche sugli Stati di San Pietro, ormai stretti a sud e a nord tra i possedimenti imperiali, grava la minaccia di cadere sotto la sua dipendenza. Questa volta, Gregorio nono agisce come sovrano, oltre che come capo della Chiesa. Viene di nuovo lanciata la scomunica contro Federico (1239), mentre i suoi sudditi vengono sciolti dal dovere di obbedienza nei suoi confronti. Si ingaggia una lotta furiosa a colpi di libelli, dove l'imperatore accusa il papa di perfidia e di ingratitudine e il papa taccia l'imperatore di spergiuro e di eresia. Federico si appella al giudizio di un concilio tra lui e il suo avversario, e quando questi lo prende in parola e convoca a Roma i vescovi, egli fa assaltare i vascelli che li trasportano, li cattura e trattiene i prelati in cattività. La morte impedì a Gregorio nono (1241) di prendersi la rivincita e la lunga vacanza della Santa Sede lasciò un certo respiro a Federico. Ma Innocenzo IV, appena eletto (1243), riunì il Concilio a Lione e, dopo aver fatto istruire davanti all'assemblea il processo contro l'imperatore, lo depose solennemente e scagliò la scomunica contro i suoi seguaci.
Una volta, gli imperatori scomunicati dai papi li facevano deporre da un sinodo tedesco e sostituire con un antipapa. Quei tempi erano passati per sempre. La Chiesa tutta obbediva a Roma. Già in Germania gli arcivescovi di Magonza e di Colonia proclamavano re il Langravio di Turingia, Enrico Raspon (maggio 1246), che morì qualche mese dopo e al quale succedette un secondo antire, come lui semplice strumento di Innocenzo IV, il conte Guglielmo d'Olanda (ottobre 1247). A Federico non restava che cercare di fare causa comune con gli altri sovrani. Non mancò di farlo. Pur ricominciando a combattere contro le città lombarde di nuovo in rivolta, egli esortava i sovrani a sostenerlo e nel loro interesse, a non permettere che il papa disponesse a proprio piacimento del potere temporale. Le sue proteste non trovarono eco, né potevano trovarne. Qualunque cosa dicesse, la sua causa non si identificava affatto con quella dei monarchi nazionali ed ereditari che regnavano in Inghilterra e in Francia. Questi capivano bene che il papa non aveva alcun potere sulla loro corona e che il loro diritto dinastico non era minimamente coinvolto nella lotta degli Hohenstaufen. Federico dimenticava che il papa lo teneva in pugno due volte. Come re di Sicilia, non era egli forse vassallo della Santa Sede? E come imperatore, non riceveva da lui la corona? Aveva un bel confrontare la cerimonia dell'incoronazione con quella dell'unzione dei re: nessuno poteva accettare questo accostamento. Infatti, l'unzione non creava il re, mentre l'incoronazione creava l'imperatore. Insomma, questo Impero che aveva lottato così a lungo contro il papato, al momento decisivo si mostrava in tutta la sua debolezza e incapace di difendere l'indipendenza del potere temporale di cui si dichiarava il campione. La sua origine religiosa lo condannava a rimanere legato al papato. Rivendicando la propria autonomia, egli falsava la storia e non aveva più niente su cui poggiare. Per mettere fine alla questione, occorreva un re sulla cui corona il papa non potesse avanzare alcuna pretesa. Non l'imperatore, bensì il re di Francia, era destinato a risolverla e là dove Federico secondo aveva fallito, sarebbe riuscito, cinquant'anni dopo, Filippo il Bello.
Il regno di Federico è un po' l'epilogo della tragedia iniziata con Gregorio settimo e conclusasi a Bouvines. Dal tempo di Ottone di Brunswick, l'impero esisteva ormai soltanto di nome. Il tentativo di Federico di riportarlo in auge servendosi del proprio regno siciliano non poteva approdare che a una catastrofe. Egli si logorò nella lotta, contro ogni speranza, sostenendo la campagna contro la Lombardia ed esaurendo truppe e finanze per una causa persa. Morì poco dopo una disfatta sanguinosa che i Parmensi gli inflissero, il 13 dicembre 1250. La sua morte non fece alcuna impressione in Germania; ebbe invece una risonanza enorme in Italia. Profezie relative alla venuta dell'Anticristo furono riferite a Federico, e più di una volta si sparse la voce di un suo ritorno in terra. È l'eco di queste voci italiane che, ripercuotendosi in Germania, ha dato vita alla leggenda del sonno dell'imperatore sulla montagna di Kyffhauser, leggenda che la fantasia popolare, ingannata dalla somiglianza dei nomi, avrebbe ben presto attribuito a Federico Barbarossa.
Quanto al regno di Sicilia, il papa si affrettò a toglierlo per sempre dalle mani di quella "razza di vipere" degli Hohenstaufen. Ed è alla Francia che lo destinò.

3. La Germania.

L'Impero non è stato fatale alla Germania soltanto perché ha imposto ai suoi re una politica universalistica; li ha portati a sacrificare la nazione alla Chiesa e a lasciare il certo per l'incerto; inoltre, ha provocato l'intervento diretto del papa nelle questioni del paese. Essendo il re di Germania, o per parlare più esattamente il re dei Romani, l'imperatore designato, Roma ha preteso, nel momento in cui ne ha avuto la forza, di esercitare un diritto di approvazione sulla sua elezione. Gli Hohenstaufen avevano ben riconosciuto il pericolo e, per farvi fronte, avevano preteso di rendere la dinastia ereditaria.
Ma l'ereditarietà, condizione indispensabile di ogni potere monarchico e pertanto di ogni Stato - dal momento che la monarchia, nel Medio Evo è la sola forma di Stato possibile - l'ereditarietà che faceva la forza del re d'Inghilterra e del re di Francia, in Germania, fin dall'inizio del dodicesimo secolo, non era più possibile. Il paese era ridotto ormai a un agglomerato di principati ecclesiastici e laici incapaci di un'azione comune, e più incapaci ancora di sopportare il governo di un'autorità centrale. Spiegare questa situazione con il luogo comune dell'individualismo germanico, equivale a non dire niente. Infatti, i principati territoriali che non si trovano né presso gli Scandinavi, né presso gli Anglosassoni, tutti popoli germanici, si trovano invece presso i Francesi, che sono un popolo romano. A destra come a sinistra del Reno, la loro origine sta nella dissoluzione dell'impero carolingio e coincide con la sua organizzazione economica dominata dalla grande proprietà; essi sono il prodotto dell'accaparramento dei diritti regali da parte dei funzionari divenuti autonomi grazie alla loro potenza territoriale. Solo in Francia, il re possiede anche lui la sua terra; al pari dei grandi vassalli, egli affonda le sue radici nella terra e, dopo il decimo secolo, aspetta con pazienza il momento in cui potrà rivendicare su di loro i diritti che gli vengono dalla corona. Questo momento, il dodicesimo secolo glielo offre, designandolo come guida della resistenza contro l'Inghilterra, accattivandogli il favore della borghesia e facendo della sua residenza la città "capitale" del paese, verso cui confluisce l'attività nazionale che fa nascere e incrementa la grande trasformazione economica e sociale innescata dalla rinascita del commercio e dalla circolazione sempre più vivace di uomini e cose. In Germania, invece, i sovrani non sono a casa loro da nessuna parte. Rimangono fedeli all'usanza carolingia di spostarsi per il paese. Hanno Pfalz (palazzi); non hanno residenza fissa. Da loro, non esiste un luogo che assomigli a
ll'Ile de France, e tanto meno a Parigi. E tuttavia, fino alla fine dell'undicesimo secolo, il loro potere personale è considerevole. La lentezza con cui il regime feudale si è sviluppato sulla riva destra del Reno permette loro di disporre di molte terre e di contee di cui, in Francia, i signori si sarebbero appropriati da tempo. Ma la situazione economica non permette loro - e se ne sono già viste le ragioni66 - di conservare queste proprietà riservandosene il profitto. Era ancora troppo presto per pensare a organizzare la monarchia seguendo un criterio amministrativo. Essi hanno adottato, insomma, la miglior soluzione possibile, trasferendo ai vescovi, nominati da loro e legati al loro servizio, i diritti e le proprietà di cui disponevano. A questo punto, il loro potere è per forza di cose legato al mantenimento di questa Chiesa imperiale. Nel momento in cui, dopo la lotta per le investiture questo sostegno viene loro a mancare, quel potere crolla. Ed è ormai troppo tardi per ristabilirlo su una base nuova. Si è rimproverato agli Hohenstaufen di non essersi appoggiati alle città. Ciò significa dimenticare che all'epoca, tranne che lungo il Reno, le città germaniche incominciavano appena a svilupparsi67. Questa è la ragione per cui le città, per sfuggire ai principi, si proclamarono, come in Italia, repubbliche libere. Di nome, dipendono dall'imperatore; in realtà, sono indipendenti da lui, tant' è vero che le loro risorse gli sfuggono. Bisognava scegliere tra le città e i principi, e Federico Barbarossa, come i suoi successori, non poteva esitare a preferire questi a quelle. Così, nel momento in cui in Francia il re incomincia a imporsi agli alti feudatari, in Germania vi si sottomette. Per rimanere saldo, deve crearsi un partito tra i principi. Ma, costretto a pagare i loro servigi con favori e concessioni di ogni sorta, resiste solo esaurendo le proprie risorse, e già sotto Barbarossa, in definitiva, è costretto a una politica di espedienti. La lotta di Filippo di Svevia e Ottone quarto finisce di distruggere quel poco, se non di autorità, almeno di prestigio, che ancora restava al potere del sovrano. Federico secondo, nel 1231, cedendo ai principi le ultime prerogative nominali della corona, riconoscendoli ufficialmente signori delle loro terre (domini terrae) e rinunciando al diritto di erigere fortezze sulle loro proprietà, di nominare giudici, di battere moneta, di regolamentare il commercio e la circolazione, ha semplicemente riconosciuto di diritto ciò che, di fatto, esisteva già. Ormai la Germania non è altro che una federazione di singoli sovrani che l'imperatore abbandona a se stessi. È pur vero che egli ha lasciato al proprio posto il figlio Enrico - un bambino eletto re dei Romani nel 1222, che, dopo aver vissuto sotto la tutela dell'arcivescovo Engleberto di Colonia si rivoltò contro il padre che lo fece morire in prigione - e poi, dopo di lui, l'altro suo figlio, Corrado IV, che aveva nove anni quando i principi, nel 1237, gli accordarono il titolo regale! Ma né lui né i principi potevano credere - e non hanno creduto, infatti - che tali reggenti avrebbero avuto una qualsiasi influenza. Per di più, dopo la scomunica e la deposizione di Federico, Innocenzo IV, deciso a spazzar via la dinastia degli Hohenstaufen, ordina una nuova elezione. Nessuno, tranne qualche città della Svevia, si interessa a Corrado, e abbiamo già visto come la corona venisse data prima al Langravio di Turingia, Enrico Raspon, e poi al conte Guglielmo d'Olanda. Del resto, i principi si occupano a mala pena di queste elezioni, che furono essenzialmente opera degli arcivescovi di Colonia. Enrico e Guglielmo non servirono che ad affermare la vittoria del papa. Il primo morì qualche mese dopo; il secondo, quasi straniero in Germania, per via della sua patria, si fece vedere soltanto nella valle del Reno. La contea d'Olanda gli stava più a cuore di quel regno e approfittò del titolo, che doveva alla protezione di Roma, semplicemente per affermare la pretesa della sua casata sulla Zelanda a scapito dei conti di Fiandra. È ancora la politica olandese ad avergli fatto intraprendere una spedizione contro i Frisoni, nel corso della quale morì, il 28 gennaio 1258, nella battaglia di Stavoren. Morto lui, il re di Castiglia Alfonso decimo, la cui madre Beatrice era figlia di Filippo di Svevia, invocò la parentela con un Hohenstaufen per rivendicare la corona di Germania e arrivare, grazie a quella, alla corona di Sicilia. Quest'ultima eccitava anche la cupidigia del re d'Inghilterra, antico alleato dei Guelfi, che sperava di procurarsela per il figlio Edmondo. Per assicurargli un appoggio, spinse il conte Riccardo di Cornovaglia, suo fratello, a sollecitare la successione da Guglielmo d'Olanda. Per vincere, i due contendenti, contavano solo sulle proprie ricchezze e, come avrebbero fatto più tardi Carlo quinto e Francesco primo, si contesero al migliore offerente la dignità di re dei Romani. L'idea nazionale era talmente estranea ai principi germanici, e la monarchia pareva loro cosa tanto accessoria, che pensarono soltanto a venderla alle migliori condizioni. Gli uni si lasciarono comprare da Alfonso di Castiglia, gli altri da Riccardo di Cornovaglia e, nel 1257, entrambi ricevettero la corona, così come si riceve la consegna di una merce. Sette principi avevano partecipato a questa duplice elezione. Fu l'origine del collegio degli elettori a cui da quel momento spettò il diritto di designare il re dei Romani!
Le compravendite concluse da Alfonso e da Riccardo potevano essere vantaggiose soltanto se avessero destato l'interesse del papa. Ma a Roma bastava aver eliminato gli Hohenstaufen; quindi, si lasciò subissare dalle sollecitazioni dei due contendenti senza intervenire in favore dell'uno o dell'altro. In queste condizioni, Alfonso non credette neanche di doversi scomodare e, in Germania, non lo si vide mai. Riccardo soggiornò per qualche tempo sulle rive del Reno, si fece incoronare ad Aquisgrana, spedì qualche nomina, quindi fu richiamato in Inghilterra dai disordini del regno di Enrico terzo e non fece più ritorno. Morì nel 1272. Gli elettori non si affrettarono a sostituirlo. Del resto, Alfonso era ancora vivo. Ma il papa non voleva più sentir parlare di lui, per timore di dissapori con il nuovo re di Sicilia, Carlo d'Angiò68. D'altra parte, aveva fretta di mettere fine alle insistenze di Carlo in favore della candidatura di suo nipote, il re di Francia, Filippo l'Ardito, la cui nomina avrebbe ricostituito l'impero di Carlomagno a beneficio della dinastia capetingia. Fece sapere agli elettori che avrebbero dovuto affrettarsi se non volevano che egli creasse da solo un nuovo re. Quelli ubbidirono, e nel 1273 diedero la corona a Rodolfo d'Asburgo, il cui genio, mediocre come lo erano le sue ricchezze, non poteva preoccuparli. Il periodo del "grande interregno" aperto, nel 1246, dalla nomina di Enrico Raspon si era concluso.
Tutti presi dalla schermaglia contro l'Inghilterra, i re di Francia non cercarono di approfittare dalla crescente debolezza della Germania per riaprire quella questione lotaringia che tanto aveva occupato i loro predecessori carolingi nel decimo secolo. Filippo Augusto, Luigi ottavo e San Luigi intrattennero addirittura i rapporti più cordiali con gli Hohenstaufen, che l'alleanza dei Guelfi con l'Inghilterra spingeva naturalmente dalla parte della Francia. Tuttavia, era impossibile che il declino della monarchia tedesca restasse privo di conseguenze sulla frontiera occidentale del paese. Tracciata dal Trattato di Verdun, in mezzo a una civiltà puramente agricola, essa aveva diviso i territori come si divide una proprietà, con la preoccupazione di garantire a ciascuno dei figli di Ludovico il Pio parti equivalenti, e senza tenere conto né delle popolazioni, né della situazione geografica. Nell'Europa del tredicesimo secolo, animata dalla circolazione commerciale e dai rapporti nuovi che ne conseguivano tra gli uomini, essa era ormai soltanto qualcosa di arcaico che il rispetto delle situazioni acquisite non poteva proteggere indefinitamente. Le città sorte nel bacino della Mosa e dell'Escaut si volgevano naturalmente verso le regioni occidentali, attirate da quei due grandi centri economici che erano da una parte le fiere della Champagne, e dall'altra i porti di Fiandra. Sotto la loro influenza, le popolazioni di lingua romanza, della Lorena, del Lussemburgo, del paese di Liegi, dello Hainaut, come pure le popolazioni germaniche dell'Olanda e del Brabante, insensibilmente si staccarono dalla Germania, che, sempre più frammentata, non faceva, e non poteva far niente per trattenerle. Il vincolo feudale che univa i principi della frontiera all'impero si andava allentando sempre più. Verso la fine del tredicesimo secolo, i duchi di Lorena e di Brabante, i conti di Lussemburgo, di Hainaut, d'Olanda, gli sono divenuti quasi completamente estranei. Già sotto Federico Barbarossa il rappresentante degli Hohenstaufen nei Paesi Bassi, il conte Baldovino quinto di Hainaut, si considerava indipendente e credeva di assolvere ai propri doveri verso l'imperatore dichiarandosi neutrale tra Francia e Germania. Il regno di Borgogna, che Corrado secondo aveva ottenuto nel 1033, si staccò ancor più rapidamente dal blocco imperiale. Situato lungo la Saona e il Rodano e abitato da gente di lingua romanza, tutto lo attirava verso il Mediterraneo o verso la Francia. I sovrani di Germania, ai quali il suo ultimo possessore l'aveva lasciato in eredità in un'epoca in cui solo la terra entrava in linea di conto, per esso non furono mai altro che stranieri e non tentarono di fare il minimo sforzo per mettervi radici. Marsiglia e Lione non si accorsero mai di appartenere all'impero e i conti di Provenza, del Delfinato, della Franca Contea non si preoccuparono mai della signoria nominale che esso esercitava su di loro. Così, la vecchia frontiera disegnata sulla carta in un'epoca di ristagno economico, spariva, per così dire, cancellata dalla gomma di una civiltà più vigorosa e dagli interessi più complicati. Nessuno cercava di spostarla; ci si limitava a non tenerne più conto e, man mano che la potenza imperiale declinava, i contorni dell'impero si facevano più vaghi e imprecisi.
Era impossibile che i re di Francia non approfittassero - e difatti non mancarono di farlo - di una situazione che non avevano creato, ma che attirava sempre più la loro attenzione. Man mano che dimenticano l'imperatore, i principi della frontiera si rivolgono a loro, cercando di ottenerne l'appoggio o chiedendone l'arbitraggio. Molti di loro ne ricevono feudi o vitalizi. Nei Paesi Bassi, dove le organizzazioni territoriali sono solide e i principati compatti, l'influenza francese è esclusivamente politica. Ma lungo i confini della Lorena e nella valle dèi Rodano le cose stanno diversamente. Qui, il groviglio di terre e di diritti, il gran numero di signori che possiedono terre tanto in Francia quanto nell'impero fanno sorgere continue contestazioni di cui i re approfittano per estendere l'influenza dei loro balivi oltre confine. Con l'assenso degli interessati, in tal modo essi guadagnano terreno per avanzamenti successivi, con un lavoro lento e quasi invisibile, su questa zona divisoria, e ben presto accade che il loro potere si sostituisca, di fatto, a quello dell'imperatore.
Mentre a ovest la Germania si sgretola così sotto l'azione di una civiltà superiore alla sua, a est, invece, conosce una vasta espansione a spese della barbarie. La conquista delle regioni slave delle rive dell'Elba, iniziata da Ottone I e poi abbandonata dopo di lui, viene ripresa e, dopo la metà del dodicesimo secolo, procede a gran passi. A prima vista, lo spettacolo dell'avanzata della colonizzazione germanica, che progredisce in proporzione al declino del potere degli imperatori all'interno del paese, è strano. Il fatto è che, in realtà, questa grande opera d'espansione che più tardi avrebbe influito in maniera tanto sostanziale sui destini del popolo germanico, non deve niente agli imperatori. Si è compiuta senza la loro partecipazione e senza che essi dessero segno del minimo interesse. Sono i principi delle rive del Basso Elba e soprattutto Enrico il Leone e il margravio di Brandeburgo, Alberto l'Orso (1170) che, mentre Federico Barbarossa impegnava inutilmente le proprie forze in Italia, hanno dato una spinta energica alla germanizzazione dei paesi Serbi sulle rive del Baltico. Non si tratta qui di un'occupazione esclusivamente politica, ma di una vera e propria impresa di colonizzazione grazie alla quale, con un movimento di riflusso, i Germani si sostituiscono agli Slavi nelle contrade che questi avevano abbandonato dopo le grandi invasioni del quarto secolo. Il suo successo sarebbe stato impossibile senza le trasformazioni economiche a cui si è accennato: l'aumento della popolazione nel corso del dodicesimo secolo, il venir meno del regime feudale, la nascita di una classe di contadini liberi e infine il formarsi della borghesia. Grazie a tutto questo si incontrarono al momento giusto la condizione materiale e la condizione morale indispensabili a qualsiasi opera di popolamento: la sovrabbondanza degli abitanti e lo spirito d'iniziativa. Via via che le incursioni dei cavalieri del duca di Sassonia e del margravio di Brandeburgo ricacciavano indietro e massacravano gli Slavi, i coloni, sotto la direzione di imprenditori (locatores) si impossessavano delle regioni liberate. Venivano dalla Franconia, dalla Turingia, dalla Sassonia, dalle rive del Reno e anche dalla Fiandra e dall'Olanda, questi ultimi particolarmente utili per la loro abilità nei lavori di prosciugamento e di arginamento. Ognuno riceveva, a modico prezzo, un lotto di terra assegnato a un unico proprietario (huté) e, tra gli Slavi sfuggiti al massacro, era facile trovare la manodopera necessaria. In mezzo ai nuovi villaggi, alcuni monaci cistercensi fondavano i loro monasteri e fornivano i cappellani alle chiese parrocchiali. Prima della fine del dodicesimo secolo, la colonizzazione aveva raggiunto le rive dell'Oder. Lungo i fiumi, iniziò la fondazione di città indispensabili all'approvvigionamento dei contadini, che servivano anche da mercati ai dintorni: Brandeburgo, Stendal, Spandau, Tangermunde, Berlino, Francoforte sull'Oder.
Gli Stati slavi orientali e meridionali, la Polonia e la Boemia cercarono ben presto di attirare a sé questi tedeschi che portavano oltr'Elba i metodi dell'agricoltura occidentale e l'esperienza di diversi mestieri urbani. I duchi polacchi di Slesia (Piasti) ne favorirono con tutte le forze l'insediamento a Breslavia e dintorni. Il re di Boemia Venceslao primo (1230-1253) e il suo successore, Ottocaro secondo si mostrarono ancor più favorevoli a questi pionieri. Villaggi tedeschi si disseminarono in mezzo a villaggi cechi; grazie all'industria delle miniere e a quella della tessitura si svilupparono città tedesche: Kuttenberg, Deutchbrod, Iglau; in mezzo alla popolazione indigena, borghesi e contadini conservavano intatti lingua, costumi e diritto, lasciando così al futuro l'eredità di problemi gravissimi. I coloni germanici penetrarono perfino in Ungheria, e qui si stabilirono in Transilvania, sotto la protezione del re che, nel 1224, garantì loro importanti privilegi.
Questa espansione fa pensare istintivamente alle invasioni dell'impero Romano nel quinto secolo. In entrambi i casi, si tratta della stessa spinta di uomini che cercano fuori della patria nuovi mezzi di sostentamento. Ma mentre i Germani del quinto secolo si fusero assai rapidamente con le popolazioni romane e ne adottarono i costumi e la lingua, quelli del dodicesimo, al contrario, imposero con la violenza la propria nazionalità agli Slavi, oppure, là dove si stabilirono in mezzo a loro, la conservarono. Per spiegare questo contrasto, non basta invocare l'inferiorità della civiltà germanica, nel quinto secolo, nei confronti di quella romana e la sua superiorità, nel dodicesimo, nei confronti di quella slava. I Normanni che hanno invaso l'Inghilterra nell'undicesimo secolo erano assai più civilizzati degli Anglosassoni, eppure, col tempo, si sono intimamente mescolati a loro e quest'impasto ha dato luogo a un popolo nuovo. E lo stesso è stato per gli Svedesi che, nel nono secolo, si sono impadroniti del governo della Russia. Niente di simile accade al di là dell'Elba. Ancor oggi, tra i discendenti degli emigrati del dodicesimo secolo e le popolazioni slave sul cui suolo essi abitano, la differenza è netta e marcata come il primo giorno. Sarebbe puerile ricorrere alla "razza" per dar conto di questo fenomeno, perché è esperienza consueta che i Tedeschi, negli ambienti stranieri, si denazionalizzano molto facilmente La ragione del persistere della loro individualità in Boemia, in Polonia e in Ungheria va ricercata prima di tutto nel fatto che si stabiliscono in gruppi compatti, a differenza dei Normanni d'Inghilterra, sparpagliati tra gli Anglosassoni. Ma senza dubbio la ragione principale è che, presso gli Slavi, essi furono gli iniziatori, e per lunghi secoli i rappresentanti per eccellenza della vita urbana. I Tedeschi hanno introdotto la borghesia presso popoli agricoli e forse, fin dall'inizio, sono stati in contrasto con loro più come classe sociale, che come gruppo nazionale. Grazie ai contadini germanici dei dintorni, le città tedesche hanno potuto rinnovare costantemente la propria popolazione con l'afflusso di compatrioti, mentre l'influenza che esercitavano su di loro, ne impediva la slavizzazione.
Se l'espansione germanica in territorio slavo si spiega prima di tutto con cause economiche, alcuni motivi religiosi non hanno tardato a darvi il loro contributo e a incrementarne in maniera singolare il progresso. Il paganesimo, scomparso di fronte alla colonizzazione germanica tra l'Elba e l'Oder, sussisteva ancora in tutta la vasta pianura che si stende sulle rive del Baltico, tra l'Oder e il Niemen. I suoi abitanti di origine slava, i Prussiani, avevano resistito ai tentativi di evangelizzazione intrapresi nei loro confronti alla fine del decimo secolo da Sant'Adalberto vescovo di Praga, e più tardi, dai monaci cistercensi di Polonia. All'inizio del tredicesimo secolo, il duca polacco di Mazovia contro questi ostinati infedeli chiamò i cavalieri dell'Ordine Teutonico. Fondato a San Giovanni d'Acri nel 1198 tra i Fratelli Ospedalieri di nazionalità germanica, quest'ordine era stato invitato una ventina d'anni dopo, dal re Andrea secondo d'Ungheria a combattere le orde dei Cumani pagani che erano motivo di preoccupazione sulle sue frontiere orientali. Ma tra gli Ungheresi e i cavalieri non avevano tardato a sorgere difficoltà e l'appello del duca polacco di Mazovia fu l'occasione per manifestare il loro zelo per la fede su un campo d'azione più favorevole. I poveri Prussiani, con i loro archi e i loro scudi di vinco, non potevano resistere ai pesanti cavalieri che, a colpi di spada, venivano a conquistare al cattolicesimo una terra nuova, ma non un nuovo popolo. Perché, di convertire i Prussiani, non se ne parlò neanche. Vennero trattati come nemici di Cristo e del papa, mentre non conoscevano né l'uno né l'altro. Dopo le Crociate, l'evangelizzazione cedeva il passo alla guerra santa. Fu una guerra di sterminio che si concluse solo nel 1283, quando non ci furono più pagani da massacrare. Man mano che i Teutonici avanzavano nel paese, lo organizzavano. Roccheforti, di cui quella di Marienburg, non lontano da Danzica, ci ha tramandato un curioso esemplare, segnavano le tappe della conquista. Coloni tedeschi venivano a occuparne i dintorni e dunque anche in questo caso la germanizzazione, come per quella tra l'Elba e l'Oder, fu conseguenza della guerra. Dei Prussiani non rimase che il nome, con cui si continuò a designare gli invasori. I cavalieri conservarono la signoria del paese che nel 1234 ottennero come feudo dal papa Gregorio nono.
Mentre i Tedeschi colonizzavano la grande pianura a sud del Baltico, si disseminavano anche sulle rive di quel mare dove fino a quel momento avevano navigato soltanto imbarcazioni scandinave. Qui, il movimento partì da Lubecca, borgata slava distrutta da Enrico il Leone, e poi ripopolata da emigranti venuti da regioni tedesche limitrofe. Il luogo era situato mirabilmente. La vicinanza di Amburgo lo destinava a divenire punto di collegamento tra il commercio del Mare del Nord e quello del Baltico e il suo sviluppo si realizzò con sorprendente rapidità. Dal 1163, Wisby, nell'isola di Gotland, diventava una sorta di agenzia commerciale all'estero, in rapporti costanti con Lubecca, da dove la navigazione germanica si diresse ben presto verso le coste orientali del Baltico. La foce della Duna, che offriva un'eccellente via di comunicazione verso le regioni russe dell'interno, venne frequentata attivamente. Qui il commercio aprì la strada al cristianesimo. Nel 1201, veniva fondata a Riga una diocesi e il vescovo Alberto di Bienne vi creava l'ordine dei Cavalieri Porta-Spada, destinato a combattere i pagani della Livonia e dell'Estonia. Qualche anno dopo, i mercanti tedeschi intrattenevano relazioni commerciali con Novgorod. Nel frattempo, al nord, Dorpat, tolta ai Russi dai Porta-Spada, diventava, come Riga, centro di una diocesi.
La preponderanza tedesca nel Baltico fu a tutta prima minacciata dai re di Danimarca. La lotta delle investiture aveva permesso loro di scuotere il giogo al quale erano assoggettati dai tempi di Ottone primo. Nel 1104, il papa aveva distaccato il loro paese dalla diocesi di Brema, e Lund era assurta a metropoli religiosa delle monarchie del nord. Quando scoppiò la lotta tra gli Hohenstaufen e i Guelfi, i sovrani danesi, naturalmente, si schierarono dalla parte di questi ultimi. Valdemaro primo, sotto il cui regno inizia lo sviluppo del porto di Copenhagen, si alleò con Enrico il Leone, la cui figlia sposò suo figlio, Canuto sesto (1182-1202). Si unì alle sue spedizioni contro i Vendi e occupò l'isola di Rügen. Canuto rifiutò il giuramento a Federico Barbarossa, si impose alla Pomerania, al Mecklemburgo e anche a Lubecca e ad Amburgo. Valdemaro secondo (1202-1241) ampliò le conquiste dello Schwerin fatte dal fratello e sottomise la Norvegia a un tributo. Ben presto la sua flotta spuntò a est del Baltico. Nel 1219 sbarcava in Estonia e, dopo una grande vittoria sugli Estoni (a cui si rifà la leggenda del Danebrog), fondava la città di Revai. All'incirca nella stessa epoca prendeva l'isola di Oesel (1221) e minacciava Riga. Ma questa espansione era esclusivamente politica e riguardava territori già in gran parte colonizzati da Tedeschi. Quando Valdemaro cadde di sorpresa nelle mani del conte di Schwerin (1223) contro di lui scoppiò una rivolta generale. Invano, quattro anni dopo, egli cercò di ristabilire la propria posizione. La disfatta che subì a Bornhoved (22 luglio 1227) decise dell'avvenire e assicurò ai Tedeschi un lungo periodo di supremazia sul Baltico.
Il commercio su questo mare, circondato da paesi nuovi e scarsamente popolati non poteva svilupparsi che attraverso l'esportazione dei cereali della Germania settentrionale e delle pellicce della Russia verso le regioni occidentali da cui, in cambio, riportava vini, spezie e tessuti di lusso. Bruges, dove sboccava la grande strada che collegava la Fiandra all'Italia, era già da molto tempo l'obiettivo dei navigatori tedeschi del Mare del Nord. Quelli del Baltico seguirono la stessa direzione e la comunanza di interessi li avvicinò immediatamente gli uni agli altri. Da questi rapporti economici nacque la Hansa, vale a dire la confederazione non solo dei mercanti, ma anche delle città alle quali essi appartenevano, da Riga a Colonia. Col tempo, questa lega si aprì anche ad alcune città non marittime, quali Breslau e Munster. Lubecca, che si trovava al centro della lunga costa che si stende dall'Escaut alla Duna, ne divenne il centro fin dalla metà del tredicesimo secolo. Gli interessi commerciali di tutti i membri della lega concordavano abbastanza perché, nonostante controversie locali e passeggere, tra loro si mantenesse in genere una buona intesa. Grazie alla Hansa, la navigazione tedesca nei due mari settentrionali rimase preminente fino alla metà del quindicesimo secolo.
Si può riassumere quel che abbiamo detto, dicendo che, dalla fine del dodicesimo secolo, la Germania occupa un posto sempre più modesto nella politica europea e un posto sempre più importante sulla carta geografica d'Europa. Favorita da una serie di imprese di conquista e di propaganda religiosa, la colonizzazione germanica si stende dal Basso-Elba al Niemen e si frappone tra il mare e gli Stati slavi dell'interno, Polonia e Russia, preparando così conflitti e guerre che, dal quattordicesimo  secolo, non faranno che sconvolgere periodicamente la pace dell'Europa orientale. La mancanza di frontiere naturali in queste regioni, dove solo la differenza degli idiomi separa i popoli gli uni dagli altri, li destinava a diventare teatro di una lotta che, per forza di cose, avrebbe assunto il carattere di una lotta nazionale nel senso più brutale del termine, vale a dire in senso etnografico. Là dove il rilievo del suolo divide gli Stati in configurazioni distinte e la stessa natura traccia, per così dire, i confini di una patria, le guerre sono soltanto guerre politiche e la conquista non porta con sé l'asservimento del vinto. I diversi regimi stranieri ai quali il popolo italiano è stato sottoposto, dal decimo al diciannovesimo secolo non hanno minimamente alterato l'essenza che gli era propria. Ma diverso è il caso di queste pianure indefinite, che niente protegge dall'aggressione dei vicini. Per questo la guerra assume, qui, i connotati di guerra di sterminio. Il vincitore si sente sicuro solo se ha smembrato lo Stato nemico, ne ha sradicato le istituzioni, ne ha distrutto la lingua e la religione per sostituirle con le proprie. Così hanno agito i coloni tedeschi del dodicesimo secolo nei confronti degli Slavi di Pomerania e di Prussia, così, più tardi, agirono gli Hohenzollern nei confronti della Polonia, e la Russia nei confronti dei Tedeschi delle province baltiche. In queste condizioni di esistenza i costumi si induriscono; dominano l'energia, lo spirito di disciplina e di organizzazione perché sono indispensabili; la forza appare la ragione suprema e il solo sostegno del diritto. Questo è quanto si incontra, fin dalle origini, nella Germania a est dell'Elba. La cultura intellettuale di queste terre di colonizzazione rimane molto indietro rispetto alla Germania occidentale e meridionale. Qui, prima del diciottesimo secolo, è impossibile fare il nome di eruditi, di poeti e di artisti. Il lavoro e la lotta li assorbono completamente. Tra i margravi di Brandeburgo e i Cavalieri Teutonici del tredicesimo secolo, nella piccola nobiltà che li impiega e che combatte per loro, si incontrano quindi i primi tratti di quello che più tardi verrà definito lo spirito prussiano.



CAPITOLO TERZO La Francia.

1. La Francia e la politica europea.

La monarchia francese, rovesciando a Bouvines la coalizione che le si era formata contro, aveva dimostrato la propria forza militare e assunto contemporaneamente il primo posto in Europa. Dalla Germania, dove quella vittoria aveva assicurato la corona a Federico secondo, non aveva più niente da temere. Approfittò della situazione per volgere le proprie forze contro l'Inghilterra. Le circostanze la favorirono a dovere. In rivolta contro Giovanni senza Terra, i baroni inglesi chiamavano il figlio di Filippo Augusto a difendere la Magna Charta e gli offrivano la corona. Per un attimo, il futuro re di Francia fu re d'Inghilterra. Ma la morte di Giovanni (1216), risvegliando il lealismo feudale e il sentimento nazionale in favore di suo figlio Enrico terzo, rese impossibile un'unione dinastica che, d'altronde, non sarebbe certo stata duratura. Luigi tornò in Francia, dove, sette anni dopo, nel 1223, succedette al padre con il nome di Luigi ottavo.
Filippo Augusto, salendo sul trono, direttamente governava ancora soltanto i vecchi possedimenti regali, un po' accresciuti da Luigi sesto e da Luigi settimo, ma sempre senza sbocchi al mare e minacciati, a ovest e a nord, dall'alleanza del conte di Fiandra e del re d'Inghilterra. Morendo, lasciava suo figlio in possesso della Bretagna, del Poitou, della Normandia, e sicuro dell'obbedienza del conte di Fiandra, ridotto al ruolo di protetto della corona. Nel regno, non c'erano più principi capaci di tenergli testa. Ma il meridione rimaneva ancora indipendente dal potere monarchico. Nei confronti della contea di Tolosa, Luigi ottavo si trovava pressappoco nella stessa situazione di Clodoveo, otto secoli prima, rispetto al regno dei Visigoti. Come per Clodoveo, fu un motivo religioso a dargli l'occasione di intervenire. Il conquistatore, nel quinto secolo, attaccò i Visigoti con il pretesto che erano ariani; Luigi ottavo fu indotto ad annettersi la contea di Tolosa in seguito all'eresia degli Albigesi. Ma nell'un caso e nell'altro, la questione religiosa servì semplicemente ad affrettare un evento ineluttabile. L'unità geografica della Francia reclama necessariamente la sua unità politica. Il nord e il mezzogiorno non vi si oppongono; sono l'uno la continuazione dell'altro. A questo si aggiunga l'attrazione per il Mediterraneo, il mare per eccellenza del grande commercio, la via dell'Oriente. Tale era ancora sotto Clodoveo; tale ridivenne all'inizio del tredicesimo secolo. Da Parigi, per raggiungerlo, i re di Francia dovevano marciare come avevano fatto i re dei Franchi. La loro signoria si estendeva fino ai Pirenei. Forse in Europa, all'inizio del tredicesimo secolo, non esisteva regione più vivace e brillante della Linguadoca. Grazie alla navigazione mediterranea, le città, in quella regione, erano numerose e prospere. Come Genova e Pisa, anche Marsiglia e Montpellier inviavano i loro vascelli ai porti dell'Egitto e della Siria; come Siena e Firenze, anche Cahors si dedicava al commercio del denaro e la fama dei suoi banchieri giungeva fino ai Paesi Bassi. Tolosa, nella piana della Garonna, aveva un'importanza analoga a quella di Milano, in Lombardia. Ma a differenza dell'Italia, le città francesi del mezzogiorno non erano repubbliche autonome. Come al nord, esse riconoscevano la signoria dei principati territoriali formatisi all'epoca dello smembramento dell'impero carolingio, il più importante dei quali era la contea di Tolosa. La situazione dei conti di Tolosa, in questa estremità del regno, era assai simile a quella dei conti di Fiandra, all'estremità opposta. Ricchi e potenti come loro, come loro approfittavano della propria posizione decentrata per conservare, nei confronti del re, una libertà pressoché completa. Infine, così come una parte dei sudditi dei conti di Fiandra parlava thiois, altrettanto i sudditi dei conti di Tolosa parlavano provenzale e questa individualità linguistica andava ad aggiungersi, rafforzandola, all'individualità politica che distingueva la contea di Tolosa dal resto della Francia. E tanto più la rafforzava, in quanto la letteratura provenzale del dodicesimo secolo brillò di uno splendore più vivo. Le canzoni d'amore e di guerra (sirventesi) appassionavano tutta la nobiltà del mezzogiorno, si facevano sentire in Italia e penetravano anche al nord, favorite da un'infatuazione analoga a quella che, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, avrebbe reso popolare tra i begli spiriti la lettura degli scrittori italiani, e poi di quelli spagnoli. Riccardo Cuor di Leone, Federico secondo e il duca di Brabante, Enrico secondo rimavano in questa lingua provenzale il cui sviluppo letterario precedette quello di tutte le altre lingue romanze. Non serve dire di più per dimostrare che l'attività intellettuale, nel mezzogiorno, non era seconda a quella economica. Ed era così potente che, mentre faceva nascere poeti, provocava, al tempo stesso, una profonda crisi religiosa.
Alla fine del dodicesimo secolo, la Linguadoca brulicava di mistici che aspiravano a riportare la Chiesa e il secolo alla semplicità apostolica e condannavano al tempo stesso la gerarchia religiosa e l'ordine sociale69 come espressioni dell'amore del male, vale a dire della carne, a cui occorreva sostituire il regno dello spirito. Questi "Catari" erano particolarmente numerosi nella contea di Albi, dipendente da quella di Tolosa, da cui il nome di Albigesi. Con la loro propaganda avevano guadagnato adepti non solo tra la popolazione delle città, ma anche presso i ricchi mercanti, e in seno alla nobiltà. Malgrado i rimproveri del clero e le rimostranze del papa, il conte di Tolosa, Raimondo sesto, pronipote dell'eroe della prima Crociata, mostrava nei loro confronti una tolleranza che rendeva anche lui sospetto. Nel 1208 Innocenzo terzo lo faceva scomunicare da un legato, Pietro di Castelnau, che un cavaliere del conte, in un impeto di furore, uccise con un colpo di lancia. Non serviva altro perché il papa escludesse dalla comunità dei fedeli un principe e un paese colpevoli di oltraggio alla maestà di Roma e alla fede cattolica. Dal nord della Francia, al comando di Simone di Montfort, accorsero bande di cavalieri animati nella stessa misura dall'odio per gli eretici e dalla speranza del bottino. La guerra fu atroce e senza pietà. Béziers e Carcassonne furono messe a sacco. Il re Pietro secondo d'Aragona, giunto in soccorso di Raimondo sesto, suo parente, morì in battaglia; Simone di Montfort subì la stessa sorte nel 1218. Lasciò al figlio Amauri le terre da lui conquistate al conte di Tolosa. Nel frattempo, a Raimondo sesto era succeduto il figlio Raimondo settimo e Amauri implorò contro di lui l'aiuto del re di Francia. Luigi ottavo, che aveva preso parte come principe ereditario alla Crociata degli Albigesi, apparve questa volta in Linguadoca come arbitro sovrano, alla testa di un'armata. Amauri gli cedette i propri diritti; Raimondo settimo non osò resistergli. Il mezzogiorno si piegava a sua volta sotto la corona. Luigi ottavo non ebbe però il tempo di portare a termine l'opera di assimilazione iniziata. L'8 novembre 1226, nel corso della campagna, la morte lo fermava inaspettatamente.
Il regno passava a un bambino di undici anni. Si profilava una lunga reggenza. Il defunto re ne aveva incaricato la regina Bianca di Castiglia, facendole assumere un ruolo che nessuna sovrana di Francia avrebbe mai più svolto, prima di Caterina dei Medici.
Era naturale che i grandi vassalli approfittassero dell'occasione per cercare di riguadagnare il terreno perduto dopo l'ascesa al trono di Filippo Augusto. Ma niente dimostra meglio l'affermarsi del potere regio quanto il fallimento della loro rivolta, malgrado l'appoggio del re d'Inghilterra, Enrico secondo. L'ordine sociale era cambiato. Dalla dissoluzione dell'impero carolingio, in una cultura agricola e priva di commercio, esso aveva favorito i principi, a cui aveva ottenuto il consenso della popolazione perché essi soli erano capaci di proteggere l'ordine pubblico, che i sovrani non riuscivano più a mantenere. Oggi, in una società libera dal sistema feudale, frequentata dai mercanti e trasformata dai bisogni nuovi della borghesia, le piccole patrie locali tendevano naturalmente a raggrupparsi sotto la tutela potente della corona e si staccavano dai principi le cui pretese non corrispondevano più ai bisogni del tempo. Ma la reazione dei principi non fu né generale, né energica. Come quella di tutti i partiti reazionari, mancava di entusiasmo e di fiducia, perché si ispirava esclusivamente a interessi personali. Si placò quando si rese conto che il successo era impossibile. Raimondo di Tolosa, che naturalmente, vi si era gettato a capofitto, perse la metà delle terre che gli rimanevano e fu costretto a fidanzare la propria erede al fratello del re, Alfonso di Poitiers, che, nel 1249, alla morte del suocero, ereditò la contea.
Il regno di San Luigi (Luigi nono, 1226-1270) iniziò, come quello di Luigi quattordicesimo , in mezzo ai disordini di una reggenza tumultuosa. Gli assomiglia anche per la gloria che ha procurato alla Francia; ma gli assomiglia solo in questo. Per il resto, il contrasto della politica è netto quanto quello del carattere dei due sovrani, che sono rimasti entrambi, per la posterità, l'incarnazione stessa della loro epoca. Lo Stato assoluto del diciassettesimo secolo ha trovato in Luigi quattordicesimo  il suo tipico rappresentante, così come lo Stato cristiano del Medio Evo ha trovato il proprio in San Luigi. Alla fisionomia dei grandi papi dominatori suoi contemporanei, gli spiriti religiosi preferiranno sempre la sua, così dolce, semplice, devota da far pensare a un San Francesco d'Assisi incoronato, e che invece fu il volto di un grande re. L'ideale cristiano di pace, di giustizia e di carità ha trovato realizzazione assai più completa nel regno di San Luigi che nel pontificato di un Innocenzo secondo o di un Innocenzo quarto. Ma occorre notare che questo fiore della monarchia medioevale è sbocciato con tanta bellezza solo per un felice concorso di circostanze. Fu una fortuna per San Luigi essere salito al trono dopo la Crociata degli Albigesi e non essersi dovuto macchiare dei massacri di quella sanguinosa cavalcata dove l'ardore della sua fede lo avrebbe senz'altro precipitato. E poi ne ebbe un'altra, più grande ancora: quella di aver ereditato dal padre e dal nonno un regno potente e rispettato. Pensiamolo nato nel dodicesimo  secolo e costretto a montare a cavallo per combattere contro i suoi vassalli e per guerreggiare faticosamente, sulla frontiera della Normandia, con il re d'Inghilterra: senza dubbio non sarebbe stato altro che un qualsiasi Ludovico il Pio, perché non era né un grande politico, né un grande guerriero. Non era altro che un uomo di bene, e le virtù che non avrebbe potuto manifestare se fosse stato costretto a lottare per il potere, si dispiegarono senza difficoltà, perché possedette la forza che gli permise di realizzare il suo ideale. Ebbe la fortuna di regnare su un paese senza eretici e senza nemici, e il destino gli riservò di nobilitare, di consolidare e di portare a compimento, nella pace, quel che aveva fatto la spada dei suoi predecessori.
All'interno, l'autorità regia si impose senza difficoltà e si accrebbe senza ostacoli, perché al suo consolidarsi corrispondevano altrettanti benefici. Fino a quel momento, l'amministrazione monarchica era servita prima di tutto ad assicurare i diritti della corona, a favorirne la sfera di competenze, a incrementarne e a normalizzarne le finanze. Sotto il nuovo regno fu usata per garantire l'ordine pubblico e migliorare la condizione del popolo. Le ordinanze di San Luigi, per il cristianesimo pratico che le anima, fanno pensare ai capitolari di Carlomagno. Nell'istituzione degli informatori regi incaricati di controllare l'operato dei balivi e di impedirgli di opprimere i cittadini soggetti alla loro giurisdizione si ritrova perfino l'uso dei missi dominici. Carlomagno, lo abbiamo visto, può realizzare la propria visione soltanto in maniera assai incompleta, perché gli mancano i mezzi per metterla in atto. San Luigi possedeva invece, con il Parlamento e con i funzionari creati da Filippo Augusto, il personale necessario al compimento della propria. Le guerre private furono abolite, la servitù personale fu soppressa sulle terre regie, la giurisdizione perfezionata con l'istituzione dell'appello, il tributo reso più equo. Il Parlamento sottopone le corti giudiziarie al proprio controllo e questa iniziativa contribuì a uniformare il diritto e ad abolire usanze antiquate, come il duello giudiziario e le ordalie. Una corte dei conti, introducendo la legalità nelle finanze, contribuì a dare un certo sollievo ai contribuenti. Il disordine monetario ebbe fine con la grande riforma che restituì alla corona il conio della moneta contante, o per lo meno costrinse i principi che continuavano a battere moneta a conformarsi alle regole in vigore per la moneta regia. Nell'amministrazione corrente, il francese prese decisamente il posto del latino e la lingua degli affari cessò di essere incomprensibile agli amministrati. Per la prima volta, il popolo sentiva che il governo non era soltanto una macchina per spremerlo, uno strumento di esazione; per la prima volta, il funzionario cessava di apparirgli come un padrone e si trasformava in protettore; per la prima volta, sentiva che la forza della monarchia si alleava alla giustizia, che il re, da lontano, vegliava su di lui e compativa le sue miserie. La monarchia diventava popolare; attecchiva in tutte le province, raccoglieva intorno a sé l'opinione pubblica, si dimostrava necessaria, indispensabile, perché benefica. Sembra che da San Luigi dati, in Francia, quella forma di sentimento nazionale che si esprime con il culto della monarchia. Il regno diventa una patria i cui membri sono legati tra loro dall'amore comune per il re. Giovanna d'Arco, due secoli più tardi, sarebbe stata espressione incomparabile di questo amore. Ma questo amore, è San Luigi che l'ha ispirato per primo ai Francesi, rendendolo tanto indelebile da trasmetterlo a tutti i suoi successori.
La pace e la giustizia, che egli volle far regnare tra i sudditi, furono anche la regola costante della sua politica. Avrebbe potuto, con le migliori prospettive di successo, togliere al re d'Inghilterra l'ultimo residuo dei suoi possedimenti continentali e al re d'Aragona i feudi che occupava in Linguadoca. Nonostante il parere dei suoi consiglieri, offrì a entrambi accordi amichevoli. Con il Trattato di Abbeville (1259), riconobbe a Enrico terzo il possesso del Périgord e del Limousin, in cambio della rinuncia alle pretese inglesi sulla Normandia, l'Angiò, la Touraine, il Maine e il Poitou, restituiti alla corona da Filippo Augusto. Con il Trattato di Corbeille ottenne da Giacomo secondo d'Aragona i territori della Linguadoca, in cambio della cessione della signoria francese sulla Catalogna (1258)70. Il suo comportamento, durante il conflitto furibondo tra il papa e Federico secondo, non si scostò da una neutralità che, in un figlio così sottomesso alla Chiesa, può passare per un biasimo discreto delle violenze di Innocenzo IV. La fiducia che ispirava la sua equità gli valse, all'esterno, un prestigio politico tanto più solido in quanto non lo cercava. Nei Paesi Bassi, i d'Avesne e i Dampierre lo presero come arbitro nella loro disputa annosa; in Inghilterra, Enrico terzo e i baroni in rivolta sottoposero a lui la loro controversia.
Ma per lui, come per i grandi scolastici del suo tempo, se la guerra tra i cristiani è sempre una sventura e spesso un crimine, contro l'infedele, invece, si impone. L'ardore della sua fede era troppo vivo e la sua sincerità troppo integra perché non considerasse primo tra i suoi doveri cercare di riconquistare il sepolcro di Cristo. I calcoli o gli interessi che sempre più distoglievano i suoi contemporanei dalla Crociata, per questo idealista non avevano alcun valore. Per lui, come per i papi, la Crociata rimaneva l'onore e l'incombenza più importante della cristianità. Il suo entourage aveva un bel fargliene presenti i pericoli, le spese, l'inutilità e l'insuccesso quasi certo; i loro ragionamenti non riuscivano a convincere un sovrano che nella corona apprezzava soprattutto i doveri che essa gli imponeva nei confronti di Dio, vale a dire della Chiesa. Più il suo regno era pacifico e prospero, più gli tardava di partire. L'entusiasmo delle prime Crociate riviveva in questo principe, con il quale la storia delle Crociate si conclude. Sono forse infatti ancora Crociate le due spedizioni che intraprese contro l'Islam, la prima nel 1248 e la seconda nel 1270? Sì, se ne consideriamo lo scopo, no, se si pensa alla loro composizione. La cristianità nel suo complesso ne rimase del tutto estranea. Furono due imprese esclusivamente francesi, nelle quali la cavalleria seguì il re molto più per devozione, per lealismo, per amore dell'avventura che per fervore religioso. Per il resto, fallirono entrambe completamente. Soltanto dopo una decina di anni di sforzi (1248-1254), dopo essersi ostinato a cingere d'assedio Damietta, dopo esser caduto nelle mani dei Turchi, dopo aver visto morire i suoi compagni più cari e sopportato con dolore i rimproveri degli altri, soltanto allora il re si rassegnò finalmente a fare ritorno. Senza dubbio, avrebbe dato prova della stessa costanza nella seconda (1270) se, appena sbarcato sulla spiaggia di Tunisi, la malattia non gli avesse procurato la fine che aveva sempre sognato: quella di morire combattendo per la fede. La sua morte interruppe un'impresa alla quale nessuno, tranne lui, aveva preso parte con sincerità. Era nell'interesse di suo fratello, il nuovo re di Sicilia Carlo d'Angiò, il quale aspirava alla signoria di Tunisi, che San Luigi si era diretto verso questa città prima di fare rotta per l'Egitto. Il santo re, senza rendersene conto, era stato lo strumento della politica realista e conquistatrice che il suo regno aveva temporaneamente interrotto.
La questione di Sicilia, intorno alla quale si era scatenata la lotta tra il papa e Federico secondo, non era stata risolta dalla morte dell'imperatore. Dopo la fine prematura di suo figlio Corrado IV, il suo figlio illegittimo Manfredi, anziché amministrare il paese in nome dell'erede di Corrado (che nella storia ha conservato il nome di Corradino, datogli dagli Italiani) se ne era attribuito la corona (1258). Alessandro IV, successore di Innocenzo IV, aveva dapprima ceduto alle proposte del re d'Inghilterra e dato la Sicilia al figlio di questo, Edmondo, un bambino che non poteva fare - e che di fatto non fece - niente. Occorreva farla finita e incaricare un principe potente, sul quale Roma potesse contare, di restituire definitivamente la Sicilia alla signoria della Santa Sede. Solo la Francia poteva dare un tale principe. Avendo San Luigi rifiutato la corona per il figlio cadetto, Urbano secondo si mise in rapporto con il più giovane fratello del re, Carlo d'Angiò, divenuto per matrimonio, nel 1246, conte di Provenza. Già da molto tempo l'ambizione di Carlo seguiva attentamente le vicende dell'Italia, dove i Guelfi vedevano in lui il loro protettore e futuro capo. Nel 1266, egli riceveva a Roma, dalle mani di Clemente IV, la corona di Sicilia e partiva, alla testa di una numerosa e brillante cavalleria, eccitata dal miraggio delle ricchezze del paese, per prendere possesso del suo regno. Le armi francesi sostennero brillantemente la reputazione che si erano conquistata dopo la giornata di Bouvines. La battaglia di Benevento (febbraio 1266) distrusse l'armata di Manfredi, che vi perse la vita. Qualche mese dopo (agosto 1268), a Tagliacozzo, sorte analoga toccò a quella che Corradino guidava dalla Germania. Il giovane principe riuscì a fuggire, fu ripreso, consegnato al vincitore, condannato a morte per crimine di lesa maestà e giustiziato. La dinastia degli Hohenstaufen, quella "razza di vipere", come diceva Innocenzo IV, era annientata. Il papa non permise che Corradino, che aveva scomunicato, fosse inumato in terra consacrata. Qualche tempo prima, l'arcivescovo di Cosenza aveva fatto rimuovere il corpo di Manfredi dalla tomba che i cavalieri francesi gli avevano eretto per onorarne il coraggio, e aveva ordinato che venisse sepolto sulle rive del Verde. Sua moglie morì in prigione. Tanto accanimento nella vittoria, da parte della curia, basta a spiegare la sorte del povero Corradino. I romantici del diciannovesimo secolo non hanno perso l'occasione di piangere in lui una vittima della Francia, nemica ereditaria della Germania, e la loro indignazione non ha mancato di accendere nei suoi confronti gli odi nazionali di cui scaltri politici si sarebbero abilmente serviti. Niente porta più completamente fuori strada di questi rancori retrospettivi. L'ostilità tra Francia e Germania, che si è avuto tanta cura di mantenere ai nostri giorni, è di data assai recente e non se ne trova alcuna traccia nel tredicesimo secolo. Corradino è stato immolato esclusivamente alla ragion di Stato, e la responsabilità della sua morte, dopo il papa e Carlo d'Angiò, è di Federico secondo in persona. Infatti, è Federico secondo che per primo ha spinto fino alle estreme conseguenze e applicato senza pietà ai propri avversari il principio che nessuna legge è superiore all'interesse del principe. Il diritto romano non giustificava forse questa teoria che tanto mirabilmente si accordava con la sua mancanza di scrupoli? I giudici di Corradino non furono altro che suoi discepoli; più tardi, ne avrebbe avuti altri, nei tiranni italiani.
Si potrebbe definire la politica di Carlo d'Angiò, dicendo che è quella degli ultimi Hohenstaufen, ma con questa differenza, che il papato l'appoggia, anziché combatterla. Come Enrico sesto e Federico secondo, infatti, Carlo conserva e addirittura rafforza l'assolutismo in Sicilia; come loro, si adopera per sottomettere tutta l'Italia al proprio comando; come loro, infine, sogna di estendere la propria potenza all'Oriente. Roma si spaventa dei progressi di questo alleato nel quale aveva sperato di trovare una propria creatura e che invece ora si impone e la trascina al suo seguito. Ma per sfuggirgli, bisognerebbe potergli opporre un rivale, il quale dovrebbe appoggiarsi ai Ghibellini e ai malcontenti di Sicilia, che vengono reclutati tra questi sostenitori degli odiosi Hohenstaufen. D'altra parte, per quanto sia imbarazzante, Carlo è un figlio devoto della Chiesa; ha restituito al clero siciliano i privilegi e i suoi progetti su Costantinopoli, dove l'impero latino è da poco scomparso (1261) e dove i Paleologhi hanno fatto rientrare lo scisma, possono servire a ristabilirvi l'unione di obbedienza che rimane uno degli obiettivi essenziali della politica della Santa Sede. L'imperatore Michele non ignora i pericoli che lo minacciano. Di nascosto, fomenta in Sicilia il malcontento che il modo di fare altezzoso e l'arroganza dei Francesi al seguito del nuovo re esasperano ogni giorno di più. E i suoi intrighi vengono attivamente assecondati dal re di Aragona, Pietro terzo, che ha sposato una figlia di Manfredi e aspira a succedere al trono del suocero.
La Spagna, dove la preminenza dei regni cristiani sugli Stati musulmani non ha fatto che aumentare dall'inizio del tredicesimo secolo e dove Barcellona inizia a partecipare attivamente al commercio del Mediterraneo, appare qui per la prima volta sulla scena della politica europea. La sua posizione geografica, nel momento in cui ne avesse avuto la forza, le avrebbe necessariamente imposto una politica marittima e l'avrebbe spinta a intervenire a sua volta nel bacino del mare interno che le sue coste racchiudevano a Occidente. Pietro d'Aragona agisce con abilità e altrettanto vigore. Le sue istigazioni svolsero un ruolo importante nella rivolta che scoppiò a Messina nel 1282, a cui la posterità ha conservato il nome di "Vespri Siciliani", e che si propagò immediatamente per tutta l'isola. Carlo inviò la flotta che aveva preparato per l'attacco di Costantinopoli. Questa fu distrutta dall'ammiraglio dell'Aragona, Ruggiero di Lauria davanti a Trapani, in una battaglia che inaugura gloriosamente la storia della marina spagnola. Carlo morì poco dopo, nel 1285, senza essere riuscito a domare l'insurrezione. Suo figlio Carlo secondo gli succedette e malgrado i suoi sforzi e l'appoggio del papa, fu infine costretto ad abbandonare la Sicilia insulare agli Spagnoli. Da quel momento, ci furono due regni di Sicilia, uno che apparteneva alla casa d'Aragona, al di là dello stretto di Messina, e l'altro che continuava a riconoscere la dinastia angioina, che si stabilì a Napoli71.
Se l'intervento di Carlo d'Angiò in Italia testimonia del crescente prestigio della Francia, non lo si può tuttavia considerare un successo della politica francese. San Luigi lasciò mano libera al fratello, ma non fece niente per appoggiarlo e considerò le questioni di Sicilia estranee al proprio regno. Sotto il suo successore, Filippo l'Ardito (1270-1285), le cose andarono diversamente. Fino a lui, la condotta dei re di Francia era stata esclusivamente dominata dalla preoccupazione di consolidare la monarchia, di allontanarne le influenze straniere e di riunificare le diverse parti sotto il proprio potere. Il grande nemico, l'unico solo nemico, per loro, era stata l'Inghilterra, e se avevano cercato alleati all'esterno, non era stato che per poter meglio trionfare su di essa, all'interno. L'opera era riuscita, e la Francia era diventata una grande potenza. San Luigi si era servito delle proprie forze solo per garantire la pace; Filippo l'Ardito si lanciò in una politica d'espansione alla quale il genio ambizioso e irrequieto dello zio, Carlo d'Angiò, non fu certamente estraneo. Nel 1272, alla morte di Riccardo di Cornovaglia, si lasciò trascinare da lui a porre, o per meglio dire, a permettere che si parlasse della sua candidatura alla corona di re dei Romani che, se fosse stata accettata, avrebbe coinvolto la Francia, a vantaggio del re di Sicilia, nel folto inestricabile delle dispute della Germania. L'elezione di Rodolfo d'Asburgo impedì felicemente la realizzazione di questo progetto: quantomeno ebbe il risultato di ispirare a Rodolfo una condiscendenza senza limiti nei confronti della casata di Francia. Carlo ne approfittò per fargli rinunciare a qualsiasi pretesa sulla Sicilia, Filippo per ottenere da lui, nel 1281, la protezione del vescovato di Toul. Tanta buona volontà, naturalmente, non poteva che incoraggiare il sovrano ad allargarsi sempre più oltre le frontiere dell'impero. Già nel 1272, si era fatto prestare giuramento di fedeltà dall'arcivescovo di Lione. Nei Paesi Bassi sosteneva il conte di Fiandra, Guglielmo di Dampierre, nella sua lotta contro la casata degli Avesnes, gli faceva ottenere la contea di Namur e si dava da fare per assicurare la diocesi di Liegi a uno dei suoi figli, introducendo, attraverso di lui, l'influenza francese ovunque si spingesse l'influenza fiamminga. Il conte dello Hainaut, Giovanni d'Avesnes, cercava invano di interessare Rodolfo alla propria causa e lo supplicava in termini infuocati di scendere nei Paesi Bassi, dove il suo nemico, il conte di Fiandra, si faceva beffe con fare insolente della lancia spuntata dell'impero. Infatti, la signoria germanica era già scomparsa da queste ricche contrade e sembrava dovesse venire sostituita quanto prima da quella della Francia.
Questa espansione della potenza capetingia a nord e a est su territori che la posizione geografica, i costumi e, in parte, la lingua, orientavano naturalmente verso la Francia, era conseguenza fatale della debolezza della Germania. Si trattava di un movimento troppo naturale perché non dovesse compiersi nel momento in cui, dietro la frontiera artificiale che valicava, non c'era più, a respingerla, uno Stato di forza superiore e deciso a conservare quel che i vecchi trattati carolingi gli avevano assegnato nel nono secolo. Per riuscire, Filippo l'Ardito non doveva far altro che approfittare delle circostanze e del tempo, che lavoravano in suo favore. Ma a sud del regno, le cose stavano diversamente. Qui, i Pirenei pongono tra i paesi e i popoli una barriera con cui, a lungo andare, è sempre stato necessario che le ambizioni politiche e le conquiste facessero i conti. Clodoveo non li aveva mai attraversati, e se più tardi gli Arabi lo avevano fatto, era stato solo per esserne ben presto ricacciati indietro. La marca di Spagna, fondata da Carlomagno al di là di questi monti, non aveva tardato a staccarsi dalla Francia. Tutto quel che ne restava, erano certi diritti di signoria mal definiti dei re di Francia sulla Catalogna, e dei re di Aragona sulla Linguadoca. San Luigi, per amor di pace, aveva sostituito questa confusione con la chiarezza. Dopo il Trattato di Corbeil, i Pirenei delimitavano nettamente tanto i diritti quanto i territori. Ci si chiede perché Filippo l'Ardito avesse deciso di sconvolgere nuovamente una situazione tanto soddisfacente e di intromettersi nelle questioni della Spagna. Da quella parte, non lo minacciava alcun pericolo, non c'era alcun diritto da rivendicare, né alcun interesse da proteggere. Le questioni dinastiche che provocarono il suo intervento in Navarra e in Castiglia dal 1275 non erano altro che pretesti. Se ne investì perché voleva fare la guerra, una guerra di ostentazione, come si sarebbe detto sotto Luigi quattordicesimo , una guerra di egemonia, come si direbbe oggi. Avendo la forza, se ne servì per imporsi, senz'altra mira di profitto che la gloria della sua corona. E la prima guerra di pura ambizione politica, penso, che presenti la storia d'Europa. Ma forse bisogna attribuire l'ingerenza di Filippo l'Ardito in Spagna anche al desiderio di assecondare in Sicilia i disegni di Carlo d'Angiò, ai quali la casata di Castiglia non era meno ostile di quella d'Aragona. In tutti i casi, nel 1283 per la campagna d'Aragona fu così. Dopo i Vespri siciliani, il papa, avendo scomunicato il re d'Aragona, ne offrì il regno, che era un feudo della Chiesa, al re di Francia per uno dei suoi figli. Filippo designò Carlo di Valois e attraversò i monti per conquistargli il trono di Pietro secondo. Morì durante la spedizione senza esservi riuscito.
L'opera di San Luigi era completamente distrutta. Suo figlio, morendo, lasciava la Francia implicata nelle questioni d'Italia e di Spagna e prossima a vedere l'Inghilterra, uscita dai disordini del regno di Enrico terzo e sollecitata dai suoi nuovi nemici, a riprendere le armi contro di lei. Ma se la sua posizione non era più forte come vent'anni prima, era tuttavia più brillante. Si era ampiamente estesa a scapito dell'impero, aveva varcato i Pirenei, nonostante i Vespri siciliani, con l'avvento di Carlo secondo d'Angiò vedeva una dinastia francese definitivamente insediata a Napoli e, subito dopo, uno dei suoi rami stabilirsi sul trono d'Ungheria72. Nell'Europa del tredicesimo secolo non aveva rivali. Non esisteva un regno altrettanto vasto, altrettanto ben situato, grazie agli sbocchi sul Mare del Nord e sul Mediterraneo, altrettanto popoloso e che, tranne l'Inghilterra, godesse di un'organizzazione politica altrettanto solida.



2. La civiltà francese.

L'egemonia intellettuale non va sempre di pari passo con l'egemonia politica. La Germania, nell'undicesimo secolo, aveva esercitato questa senza possedere quella perché non basta imporsi con la forza, per imporsi anche con la civiltà. Accade che paesi insignificanti per potenza, come ad esempio l'Italia del quindicesimo secolo, diffondano all'esterno costumi, idee e arte semplicemente manifestando la propria superiorità. La Francia del tredicesimo secolo ha avuto la fortuna di essere superiore al resto dell'Europa, sia come Stato che come società. La sua forza non ha fatto che rendere più rapido e irresistibile un ascendente morale che la precede di molto, e che non ha niente a che fare con i successi militari e politici della monarchia.
Se si osserva la situazione generale della civiltà europea, dopo il periodo carolingio, si nota che quasi tutti i suoi elementi essenziali appaiono in Francia molto prima che altrove e vi trovano al tempo stesso l'espressione più completa. Ciò è vero per la vita religiosa come per quella laica. L'ordine di Cluny, quello di Citeaux, quello di Prémontré, sono nati in Francia, dove si è formata anche la cavalleria e dove le Crociate hanno trovato le milizie più numerose ed entusiaste. Ed è ancora in Francia che, all'inizio del dodicesimo secolo, l'arte gotica nasce all'improvviso e si impone al mondo, mentre appaiono le prime chansons de geste. Si tratta di ben altro che di un caso fortuito. Perché tante personalità eminenti si siano incontrate, perché tante novità e tanti sforzi si siano profusi nel bacino della Senna, a partire dal decimo secolo, bisogna che ci sia stato, come in Grecia, nell'Attica del quinto secolo, un ambiente particolarmente favorevole al dispiegarsi dell'energia umana. E infatti, le due grandi forze sociali che, sulle rovine dell'impero carolingio, lavorano alla costruzione di un'Europa nuova, il monachesimo e il feudalesimo, da nessun'altra parte sono attive e dominanti quanto nella Francia del nord. Certo, i monaci sono dappertutto, e dappertutto sono i feudatari, ma solo qui l'antico stato di cose è scomparso tanto da lasciar loro campo libero, senza ostacolarne in alcun modo la libertà. A ciò è dovuta la nascita di quegli ordini monastici e di quella casta cavalleresca che l'Europa, via via che anch'essa, più lentamente, compie l'evoluzione che li ha prodotti, prende naturalmente dalla Francia. A ciò è dovuto lo slancio straordinario dei Francesi del nord per la Crociata, vale a dire per la manifestazione più completa di una società dominata a un tempo dallo spirito religioso e dallo spirito militare. E a ciò, infine, è dovuta la nascita concomitante dell'arte gotica, suscitata dalle stesse idee e dagli stessi sentimenti, che trasforma l'architettura religiosa e quella dell'epopea feudale,
con la quale prende avvio, dapprima in Francia, e poi, per imitazione, nel resto d'Europa, la letteratura in lingua volgare.
Così, l'ascendente della civiltà francese precede di molto quella della monarchia francese. Inizia all'epoca in cui i Capetingi vivono all'ombra dei loro grandi vassalli. Sarebbe più esatto dire che la civiltà, come pure la politica, è iniziata in Francia con la riforma feudale. Non bisogna dimenticare che il monastero di Cluny è stato costruito dal duca di Borgogna e che i conti di Fiandra e i conti di Champagne furono tra i più ardenti protettori del movimento cluniacense, così come degli ordini di Citeaux e di Prémontré. E analogamente, sono gli antenati, reali o leggendari, di questi principi edificatori di monasteri che vengono cantati dalle chansons de geste. I loro eroi sono baroni, i sentimenti che esaltano, coraggio, fedeltà e devozione. Il loro più bell'eroe, Orlando, è l'ideale dei cavalieri quale li immaginano i figli dei guerrieri della prima Crociata. Nel corso del dodicesimo secolo, questa civiltà feudale si arricchisce e si affina. La vita di corte, con le sue usanze raffinate e manierate che il Medio Evo ha designato con il nome assai preciso di "stile cortese" è nata, non nell'entourage del re, che rimane ancora a lungo fedele alla tradizione carolingia, ma nelle residenze dei principi. È là che si fissano le regole e il cerimoniale della cavalleria, che si educa il sentimento dell'onore, che appare il culto delle dame, che si sviluppa una letteratura dove la "materia di Roma" e quella di Bretagna vengono ad arricchire quella della Francia, dove i diversi generi lirici passano dalla lingua d'oc alla lingua d'oil. E questa fioritura della vita feudale già non è più limitata alla Francia. Dalla fine dell'undicesimo secolo ha attecchito in Inghilterra con i compagni del conquistatore e si è diffusa in tutti i centri dell'Oriente dove si sono stabiliti i cristiani. È il francese che viene parlato a Gerusalemme, ad Antiochia, a San Giovanni d'Acri, e da allora, e fino ai nostri giorni, nel bacino del Mediterraneo orientale, è rimasto la lingua internazionale degli Europei.
Anche in Europa, dall'inizio del tredicesimo secolo, questa lingua fa progressi straordinari, e qui, la potenza politica acquisita dalla monarchia, ha contribuito in modo particolare alla potenza di espansione che già le veniva dal prestigio sociale. Come nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo, in tutti i paesi, per l'alta nobiltà, diventa un po' come la seconda lingua nazionale. Nelle regioni di lingua thiois i precettori francesi hanno l'incarico di insegnarlo ai giovani aristocratici come complemento indispensabile della buona educazione e della "cortesia". Anche in Italia, Brunetto Latini le dà la precedenza su tutti gli altri idiomi.
Ancor prima della lingua, la letteratura della Francia ha fatto il giro d'Europa. Dalla metà del dodicesimo secolo, attraverso i Paesi Bassi, si diffonde in Germania; e dalla Germania, nei paesi scandinavi. Viene tradotta o imitata in tutte le lingue germaniche e in tutte le lingue romanze. Tutto quel che produce attira l'attenzione e trova lettori, a tal punto che oggi ormai conosciamo l'esistenza di certe ramificazioni francesi del Ciclo di Carlomagno soltanto attraverso traduzioni norvegesi. Le opere dei più grandi poeti della Germania del tredicesimo secolo, come un Hartmann di Strasburgo, o un Wolfram von Eschenbach, sono tutte piene di reminiscenze e di parafrasi dei poemi francesi. Per ritrovare nella storia precedente l'esempio di un simile prestigio occorre risalire, nonostante la differenza sostanziale delle epoche e delle società, alla diffusione della letteratura e della lingua greca nell'impero romano, a partire dal secondo secolo a.C.
Il paragone è tanto più esatto in quanto, per la Francia come per la Grecia, si applica contestualmente anche all'arte, ai costumi e alla letteratura. Basti pensare, qui, alla conquista dell'Europa da parte dell'architettura gotica, perché, sotto la denominazione di "gotico", dovuto al disprezzo degli umanisti italiani, bisogna intendere, come si sa, una creazione essenzialmente francese. L'invenzione delle ogive incrociate, all'inizio del dodicesimo secolo, in qualche angolo sconosciuto, ai confini della Normandia e dell'Ile de France, nel giro di qualche anno, per lo sforzo di costruttori di genio, ha trasformato di sana pianta l'ossatura e lo stile dei monumenti. Fino a quel momento, i metodi dell'arte della costruzione erano rimasti, in sostanza, quelli dell'Antichità. All'improvviso tutto cambia. Gli equilibri, il rapporto dei sostegni e delle portate, dei pieni e dei vuoti, dell'orizzontale e del verticale, si trasformano, e da questa trasformazione nasce la sola grande scuola di architettura che la storia dell'arte possa citare, accanto all'architettura greca. La costruzione di Notre-Dame de Paris inizia nel 1163; la cattedrale di Reims nel 1212; la navata di Amiens è del 1220; la facciata di Chartres, del 1194. Non è difficile comprendere l'ammirazione che suscitano tali monumenti. D'altronde ce ne dà testimonianza la fama di cui godettero ben presto gli architetti francesi. Uno di loro costruì il coro della cattedrale di Magdeburgo; un altro allievo, la cattedrale di Lund in Svezia. Villart di Hannecourt, di cui, per un caso fortunato ci è rimasto un album, progetta costruzioni per i diversi paesi d'Europa. Senza dubbio, gli allievi stranieri degli architetti francesi non si limitarono a ripeterne meccanicamente la lezione. Adattarono l'arte nuova ai materiali di cui disponevano, la modificarono secondo il loro genio personale, l'armonizzarono in una certa misura con le tradizioni della loro patria. C'è un gotico inglese, e un gotico tedesco, come pure c'è un gotico spagnolo e un gotico italiano
. Ma sono tutti figli diretti del gotico francese e nessuno di essi ha uguagliato la maestria del padre. Le cattedrali della Francia cedono il passo a quelle di altri paesi per la grandiosità delle proporzioni, la fantasia del decoro, il fasto o lo splendore dei materiali; rimangono incomparabili per l'armonia e la maestà: sono i Partenoni del gotico.
L'egemonia della Francia nell'ambito della letteratura e dell'arte, nel dodicesimo e tredicesimo secolo, si spiega molto semplicemente con la superiorità della cultura francese. Diverso è per la sua egemonia scientifica che ben di più ha colpito i contemporanei. Qui, infatti, si abbandona la vita nazionale per quella clericale. Tutta la scienza del Medio Evo, se si eccettua in parte il diritto e la medicina, è ecclesiastica, e la sola lingua di cui si serve è il latino. È essenzialmente universale, internazionale. Eppure, è in Francia, o, per essere più esatti, a Parigi, che se ne trova il centro più importante. Sembra che le due scienze cardinali dell'epoca, quelle che regnano su tutte le altre, alle quali si impongono - la teologia e la filosofia - dal dodicesimo secolo, abbiano eletto il proprio domicilio sulle rive della Senna. Qui si è formato il metodo scolastico che, fino al Rinascimento, ha dominato completamente il pensiero allo stesso modo che lo stile gotico dominava l'arte. Qui le esigenze dell'istruzione hanno creato un latino nuovo che ha preso la sintassi dal francese, lingua asciutta, impersonale, ma senza confronto chiara e precisa, a cui il dileggio degli umanisti non ha tolto la gloria di essere stata, per tre secoli, in tutta Europa, la lingua non solo scritta, ma parlata, dalla gente istruita. Da Abelardo a Gerson, non esiste pensatore degno di considerazione che non abbia, se non insegnato, almeno studiato a Parigi. Qui, l'Università, che dal regno di Filippo Augusto si è formata per l'aggregarsi dei maestri e degli studenti delle diverse scuole della città, ha esercitato, fino agli estremi confini del mondo cattolico, un'attrazione irresistibile, rimasta ineguagliata. Giovanni d'Osnabruck, alla fine del tredicesimo secolo, dà alla Francia il monopolio della scienza; il poeta fiammingo Van Maerlant la celebra come il paese per antonomasia della clergie, la grazia che veniva accordata a un condannato istruito, e del resto è risaputo che l'Università di Parigi è stata il modello a cui, più tardi, si ispirò Carlo quarto per la fondazione dell'Università di Praga (1348), prototipo delle università germaniche. A questo ascendente universale esercitato da Parigi, corrisponde, se così si può dire, il cosmopolitismo dei maestri che vi insegnano. Essi vengono non solo dalla Francia, ma dalla Germania, come Alberto Magno, dai Paesi Bassi come Sigieri di Brabante, dalla Scozia come Duns Scoto, dall'Italia come Tommaso d'Aquino. In breve, così come Roma è la sede del governo della Chiesa, Parigi è la sede della sua attività teologica e filosofica. È come la chiave di volta del suo supremo insegnamento.
Donde le è venuta questa straordinaria fortuna? Perché la scienza cattolica si è fissata in questa città del nord, che nessuna tradizione letteraria o religiosa chiamava alla missione che le è stata affidata? Non lo si può spiegare altrimenti, se non con il carattere singolare che Parigi doveva al fatto di essere la residenza della corte regale. Le tradizioni carolinge della monarchia la predisponevano a meraviglia a interessarsi alle scuole ecclesiastiche e ad accordare loro la sua protezione. Se sono i grandi signori feudali che hanno favorito le fondamenta mistiche della Chiesa, i sovrani hanno preso sotto la propria egida le fondamenta del sapere. Non c'è da stupirsi, dunque, che le scuole di Parigi si siano trovate assai presto in una situazione privilegiata. L'evoluzione della monarchia, alimentando, dall'inizio del tredicesimo secolo, l'importanza e l'attrazione della capitale, ha fatto il resto. Il centro nazionale della Francia è divenuto il centro della vita scientifica europea. Non saranno soltanto i Francesi a divulgare il detto del tredicesimo secolo, certamente nato dal gioco di parole di qualche studente: "Paris absquepare, Parigi senza pari".
L'influenza della cultura francese nel dodicesimo e tredicesimo secolo, non è stata ovunque ugualmente intensa. Raggiunse il culmine nei paesi dove i Francesi la portarono di persona, prendendovi dimora: in Inghilterra e negli insediamenti dei crociati in Oriente. Altrove, si è diffusa solo perché presa a prestito, imitata; per moda, o per contagio; e attraverso l'esempio. Ma ovunque si è comunicata soltanto alle classi sociali superiori, alla nobiltà tra i laici, agli studenti e ai dotti tra il clero. Sotto questo profilo, la si può paragonare alla cultura rinascimentale del quindicesimo secolo; come questa, si è diffusa solo all'aristocrazia sociale o a quella dell'intelligenza e del sapere. È facile capire perché. La Francia del Medio Evo non possedeva, infatti, una vita economica abbastanza intensa da imporre la propria iniziativa al commercio e all'industria. In questo ambito, era di molto inferiore all'Italia e alla Fiandra. In Fiandra, però, la stretta vicinanza, i rapporti politici e gli interessi commerciali, hanno portato l'influenza francese fino al livello della borghesia. I patrizi delle grandi città fiamminghe del dodicesimo secolo sono più che per metà francesi; lo sono al punto da servirsi del francese come linguaggio amministrativo e d'affari. Il carattere bilingue che il Belgio fiammingo ha conservato fino ai nostri giorni, data da quest'epoca. Non è minimamente dovuto, come ad esempio quello della Boemia, all'occupazione straniera; è una conseguenza naturale e pacifica della vicinanza con la Francia, e la miglior prova dell'attrazione che la sua cultura ha esercitato.



CAPITOLO QUARTO Filippo il Bello e Bonifacio Ottavo.

1. I motivi della crisi.

La morte e la catastrofe di Federico secondo (1250) avevano concluso la lotta secolare tra papato e Impero. Da allora, il papa non ha più nemici. Il potere universale che esercita sulla Chiesa è incontestato. Può dedicarsi al compimento dei grandi progetti della politica pontificia: la riunificazione della Chiesa greca e la Crociata. Per un attimo sembrò che la prima dovesse realizzarsi. L'imperatore di Bisanzio, Michele Paleologo, contando di ottenere l'appoggio dell'Occidente contro i Turchi, si dichiarava pronto a riconoscere il primato di Roma e Gregorio decimo, al Concilio di Lione, nel 1274, potè proclamare la fine dello scisma, che da tre secoli divideva la cristianità. Ma furono soltanto il trionfo e il sogno di un momento. La Chiesa greca era troppo profondamente radicata nel sentimento religioso e nelle tradizioni nazionali dei cristiani d'Oriente per acconsentire a piegarsi al giogo dei Latini. Sconfessò i passi intrapresi dall'imperatore. Nel 1281, Martino IV, abbandonata ormai ogni speranza, dovette nuovamente lanciargli l'anatema. Lo scopo che ci si vantava di aver raggiunto, si allontanava più che mai. La Crociata, solennemente annunciata dal Concilio, insieme al riavvicinamento dei Greci, non ebbe esito migliore. Luigi nono era stato l'ultimo crociato. Carlo d'Angiò, certo per ambizione politica, molto più che per sentimento religioso, preparava una spedizione che, se avesse potuto spiegare le vele, senza dubbio non sarebbe riuscita meglio di quelle del fratello. Ma i Vespri Siciliani lo costrinsero a dirottare la flotta contro Messina e a concentrarsi sulla difesa del suo regno minacciato.
Così, il papato è giunto all'apogeo solo per veder fallire i progetti grandiosi di ricondurre i Greci in seno all'unità cattolica e di riprendere all'Islam il sepolcro di Cristo. Non solo! Anche in Occidente la sua posizione vacilla. L'ora della vittoria, per lui, segna anche il momento in cui inizia a profilarsi il declino.
Molte sono le ragioni che si intravedono per questo evento. Prima di tutto, essendosi conclusa la lotta contro l'imperatore, la causa del papa in Italia cessa di confondersi con quella dei Guelfi, e soprattutto con quella delle città lombarde, che l'imperatore minacciava insieme al papato. Il pontefice ormai non è altro che un sovrano italiano e la sua potenza temporale si riduce alla dimensione dei suoi interessi territoriali. Una potenza modesta, tanto modesta da non permettergli di resistere a Carlo di Valois, il cui predominio si afferma ben presto su tutta la Penisola, fin negli Stati della Chiesa, fino a Roma stessa, dove il titolo di senatore fa di lui il protettore, vale a dire il padrone, del popolo. Ma questo non basta; il suo predominio va ancora più lontano e si infiltra addirittura nella curia. Un tempo, all'epoca in cui l'elezione dei papi veniva fatta dal clero e dal popolo, i baroni romani, con la violenza o con la corruzione, cercavano di raccogliere il popolo intorno al candidato da loro scelto. La creazione del collegio dei cardinali da parte di Nicola secondo (1059) aveva messo fine a questa prassi e difeso la libertà dell'elezione, mettendola al riparo dalle sollevazioni di piazza. Nel 1179, per garantirla ancor meglio, Alessandro secondo aveva deciso che, in mancanza di unanimità, almeno i due terzi dei cardinali dovevano concordare sulla scelta. Inutile dire che più aumentava l'ascendente del papato sulle questioni europee, più le considerazioni politiche si mescolavano a quelle religiose, nel determinare i voti. Pertanto, poiché i cardinali erano quasi tutti italiani, per molto tempo l'elemento straniero aveva avuto soltanto un ruolo assai secondario nelle loro deliberazioni. Le cose andarono diversamente dopo l'arrivo di Carlo d'Angiò. La sua preoccupazione costante fu quella di garantirsi un partito nel Sacro Collegio e si adoperò con tutte le forze per introdurvi Napoletani, Provenzali e Francesi, sui quali poter contare. Ci riuscì. Clemente IV, provenzale d'origine e completamente devoto a lui, si prestò ai suoi disegni e permise che tra i cardinali si formasse una vera e propria fazione angioina. La morte di Clemente (1268) fu il segnale di una lotta accanita tra questi "angioini" e i loro avversari. Solo dopo tre anni di conflitto e di intrighi si rassegnarono all'elezione di Gregorio decimo(1271). Non c'è da stupirsi che questi volesse metter fine a uno stato di cose tanto nocivo al buon governo della Chiesa. È a lui che risale l'istituzione del conclave pressappoco quale è ancora in vigore ai nostri giorni. Egli decise che alla morte di un papa i cardinali dovessero riunirsi in un luogo chiuso e privo di comunicazione con l'esterno: veniva fatto loro divieto, sotto pena di scomunica, di uscirne prima di aver portato a termine l'elezione. Queste precauzioni non impedirono a Carlo di Valois, nel 1280, di far violenza al conclave, imponendogli di eleggere il francese Martino IV, che sostenne appassionatamente tutti i suoi progetti. Morto Carlo, il partito angioino, se fu meno potente, non per questo fu meno attivo. Il conclave rimase soltanto una formalità. Nicola quarto fu eletto dopo circa un anno di dispute tra i cardinali (1288) e quando morì, nel 1292, le liti ricominciarono di bel nuovo, tanto che, dopo due anni di sterile agitazione, per farla finita e nell'impossibilità di imporsi a vicenda un candidato, fu deciso di eleggere un vecchio eremita, estraneo alle cose del mondo, che il popolo considerava un santo e che fu la vittima innocente di intrighi che, se li avesse capiti, lo avrebbero indignato: Celestino quinto. Egli sapeva appena il latino, e una volta passato dalla solitudine delle sue montagne al palazzo del Laterano, sbalordito e disorientato, non si rese conto di servire esclusivamente come strumento al re di Napoli, Carlo d'Angiò, che, per meglio disporre di lui, si insediò nella capitale. Ben presto non ebbe altro pensiero che abdicare. I cardinali non chiedevano altro che di prenderlo in parola. Egli aveva dato loro il tempo di accordarsi. Il 17 dicembre 1294, al posto del povero vegliardo, eleggevano un nobile romano, Benedetto Caetani, che prese il nome di Bonifacio ottavo.
Con lui, saliva sul trono di San Pietro l'ultimo papa dello stampo di un Innocenzo secondo e di un Innocenzo quarto; il suo scopo evidente è stato quello di restituire alla Santa Sede lo splendore, il prestigio, l'autorità morale e il magistero politico universale di cui aveva goduto ai loro tempi. La pompa di cui si circonda nelle cerimonie pubbliche, le due spade che fa portare davanti a sé, la corona di cui orna la tiara pontificia, sono altrettanti modi per affermare il primato del successore di Pietro nella Chiesa, di ricordare che il potere temporale è a lui subordinato, perché, facendo parte della Chiesa, non può pretendere di scuotere l'autorità di colui che ne è il capo. Non c'è niente di nuovo, niente che non sia già stato additato da Nicola primo e da Gregorio settimo, formulato con chiarezza da Innocenzo terzo e dimostrato con la logica dagli scolastici. Le famose bolle indirizzate a Filippo il Bello contengono semplicemente la dottrina approvata da tutti i teologi sui rapporti tra i due poteri. Bonifacio non ha fatto altro che raccogliere e ripetere i princìpi dei suoi grandi predecessori, senza niente aggiungervi.
Da dove viene, allora, la tempesta che hanno sollevato e la catastrofe a cui hanno portato? Proprio dalla loro immutabilità. Non corrispondono più alle realtà politiche; i tempi sono cambiati e quanto il papa, conformemente alla tradizione, promulga come la verità stessa, solleva la protesta delle nazioni più evolute d'Europa, sovrani e popoli tutti d'accordo nel vedere in ciò un attentato insopportabile ai propri diritti e ai propri interessi più legittimi.
Si badi bene, infatti: Bonifacio ottavo non si è scontrato soltanto con la Francia. Edoardo I non si è certo mostrato nei suoi confronti più accomodante di Filippo il Bello, e il Parlamento d'Inghilterra non ha respinto le sue pretese meno energicamente degli Stati Generali di Parigi. Se gli eventi hanno dato al conflitto con la Francia la portata di una rottura totale, è altrettanto vero che la politica pontificia ha sollevato contro di sé, e per le stesse ragioni, anche la resistenza dei due paesi che, dalla fine del tredicesimo secolo, possiedono una vera e propria costituzione di Stato.
Fino a quel momento, il papa aveva dovuto combattere un solo nemico: l'impero, o piuttosto l'imperatore, e la questione dibattuta tra loro, occorre ripeterlo, non era contenuta entro i confini di una nazione; abbracciava la cristianità tutta. Senza dubbio, scalzando il potere imperiale, il papa scalzava anche il potere del re di Germania. Ma l'opinione germanica, lungi dall'esserne irritata, vedeva con piacere l'indebolimento del potere monarchico, e i principi che la rappresentavano, anziché opporsi alle iniziative di Roma, le fornirono invece un appoggio che ne facilitò il successo. Con Federico secondo, è vero, le circostanze si modificano. Ora la lotta si scatena più per il regno di Sicilia che per l'impero, e il regno di Sicilia è uno Stato. Ma bisogna osservare prima di tutto che questo Stato non è indipendente, dal momento che è un feudo della Santa Sede, e in secondo luogo - e soprattutto - non è uno Stato nazionale. La sua popolazione eterogenea, sballottata da secoli tra conquistatori stranieri, sopporta il governo dispotico che essi le infliggono, e non si coglie in essa alcuna velleità di confondere la propria causa con la loro. I Siciliani hanno fornito a Federico secondo imposte e soldati. Ma egli sapeva molto bene che erano indifferenti alla sua disputa. Non ha pensato neanche per un attimo a chiamarli a pronunciarsi in favore della legittimità dei suoi diritti. Si è limitato a farli difendere teoricamente dai giuristi.
Quale differenza tra questo despota assolutista, questo Hohenstaufen al quale un matrimonio politico ha dato la Sicilia, e i re d'Inghilterra e di Francia! In Inghilterra, dal regno di Giovanni senza Terra in poi, le libertà sancite dalla Magna Charta si sono consolidate. Sotto il lungo regno di Enrico secondo (1216-1272), i baroni e i borghesi guidati da Simone di Montfort hanno imposto alla corona il controllo di un consiglio di Stato. Rappresentanti delle città appaiono a fianco a quelli della nobiltà, nell'Assemblea Nazionale che il re si impegna a convocare tre volte all'anno e che, per la prima volta nel 1258, prende ufficialmente quel nome di Parlamento, chiamato, nella storia dell'Europa moderna, a destini tanto gloriosi. Le sue attribuzioni si precisano sotto Edoardo I, e il suo diritto fondamentale, punto di partenza della prima costituzione libera dell'universo, quello di approvare le imposte, viene formalmente riconosciuto nel 1297. Ormai la nazione e il sovrano sono alleati nel governo del paese. Se al potere personale del principe vengono posti dei limiti, se, unico in Europa tra i suoi pari, egli deve rinunciare alle guerre di pura ambizione dinastica e dedicarsi unicamente alle imprese che il suo popolo approva e sostiene, quale forza, in cambio, gli dà questa adesione! Dalla fine del tredicesimo secolo, la politica inglese è veramente, nella piena accezione del termine, una politica nazionale. Lo è all'interno come all'esterno. Di qui, il contrasto sorprendente che presenterà nel corso dei secoli, tra agitazioni e lotte intestine all'interno, a cui corrispondono, all'esterno, una continuità di vedute, una perseveranza e una tenacia nella realizzazione quali si incontrano soltanto in quei paesi dove le imprese della corona sono, per forza di cose, quelle della nazione73.
Di questa grande forza che all'Inghilterra della fine del Medio Evo dà un carattere già così moderno, la Francia è sprovvista. Essa ne possiede un'altra, meno profonda, ma per il momento altrettanto potente, che poggia sul prestigio senza confronto del suo re. Infatti, quel che è diventata, lo deve esclusivamente alla monarchia. È la monarchia che l'ha affrancata dal particolarismo feudale, che l'ha difesa contro il nemico esterno, che ha protetto le sue città nascenti, che le ha dato le istituzioni finanziarie e amministrative, le quali mettono il popolo al riparo dalla violenza e dall'estorsione. Contro l'oppressione esercitata da una dinastia onnipotente, l'Inghilterra ha creato la garanzia del Parlamento; contro gli abusi derivanti dalla supremazia feudale, la Francia ha trovato la protezione del re. Quindi, il re gode della stessa popolarità che, nello Stato vicino, viene accordata al Parlamento. In entrambi i paesi il sentimento nazionale si accorda con l'organizzazione politica e si è sviluppato insieme a quella. Ciò che più di tutto lo contraddistingue, in Inghilterra, è la fierezza, in Francia, la devozione monarchica. A ciascuno dei due popoli dà il carattere individuale che gli è proprio, il suo temperamento collettivo, se così si può dire, prodotto dell'evoluzione storica, che viene stranamente misconosciuto quando, per capire, si invoca quel misterioso fattore della razza che può tutto giustificare perché non spiega niente.
Filippo quarto (il Bello), che succedette al padre Filippo l'Ardito nel 1285, salendo al trono portò una nuova espansione al regno. La sua consorte era l'erede del regno di Navarra e, cosa ancor più importante, della contea della Champagne, che fu unita al territorio regio. Ora, a eccezione dell'Aquitania posseduta dal re d'Inghilterra, della Bretagna che conservava da sempre un'indipendenza che la sua posizione decentrata rendeva poco molesta, e della Fiandra, tutti i grandi feudi erano rientrati sotto il potere diretto della corona. Filippo l'Ardito si era lasciato trascinare da Carlo d'Angiò in una guerra di prestigio contro l'Aragona. Suo figlio si affrettò a porvi fine e si guardò bene dallo sprecare le forze nel favorire le ambizioni siciliane del re di Napoli, per dedicarle interamente a fini più utili e pratici. All'interno, restituire integrità al regno annettendovi la Fiandra e l'Aquitania e, a est e a nord, proseguire un'energica politica d'espansione a spese dell'impero: questo sembra essere stato il duplice e preciso scopo della sua politica. In questo senso Filippo il Bello prosegue la tradizione dei suoi predecessori. Ciò che lo distingue da loro è il metodo che utilizza. Fino a lui, i re governano circondati dalla corte, e coloro che fanno parte del loro entourage consueto sono a conoscenza di tutte le questioni. Sotto Filippo il Bello le cose vanno diversamente. Con lui, all'antica familiarità del palazzo si sostituiscono atteggiamenti di segretezza; egli si nasconde, per così dire, dietro ai ministri che impiega, si dissimula al punto che ci si è chiesti con una certa ingenuità se per caso la sua politica non fosse stata quella dei suoi funzionari, e se egli non si fosse limitato a lasciarli fare. Ci si può porre lo stesso interrogativo a proposito di tutti i sovrani moderni che non sono stati uomini di genio, e il fatto che esso tenga occupati gli storici di Filippo il Bello è la dimostrazione migliore delle novità che con lui si introducono nell'esercizio del potere monarchico. Il re è ormai così forte, così sicuro di essere obbedito, da potersi permettere di affidare le questioni più gravi a uomini di oscuri natali, figli della borghesia o della piccola nobiltà, che la cultura giuridica o le conoscenze pratiche rendono però degni di stima, e la cui devozione è garantita dall'esiguità dei loro averi e dalla speranza di aumentarli servendo il principe. Senza dubbio, prima di Filippo il Bello, qualcuno di questi uomini nuovi si era già insinuato nei consigli della corona. Sotto Filippo l'Ardito, Pierre de la Brosse, divenuto da semplice medico del re suo consigliere privato, aveva fatto scandalo e, alla fine, aveva concluso sulla forca una carriera troppo brillante agli occhi della corte. Ma quella che ancora era soltanto un'eccezione, adesso diventa la regola. Tutti gli uomini che sono stati chiamati al governo, incaricati da Filippo il Bello di svolgere missioni diplomatiche o impiegati al maneggio delle finanze, sono semplici "esperti di legge", come Pierre Flote, Enguerrand de Marigny, Guglielmo di Nogaret, o banchieri senesi come i due fratelli Guidi (Guy). Con loro nasce una classe politica completamente distinta dalla corte, che delibera solo con il re, che è l'unica a possederne la fiducia, e l'unica addentro ai suoi disegni. Questi funzionari sono, nella mano del loro padrone, semplici strumenti che egli può stroncare quando vuole. Sanno di essere circondati da odi feroci e sanno altresì che il momento della caduta potrà vederli salire sul patibolo. Quindi, per conservare il favore del monarca, gareggiano in zelo e non risparmiano nessuno. Senza pregiudizi di classe, ostili ai privilegi dell'alta nobiltà che li disprezza, lavorano con tutta l'anima a fondare l'assolutismo, e in questo senso la loro convinzione va d'accordo con le passioni e l'interesse che coltivano, perché lo studio del diritto romano ha mostrato loro, nell'assolutismo, la verità politica. Sono asciutti, imperiosi, ironici, spietati. Non è il re che parla per bocca loro, ma la monarchia anonima, superiore a tutto, che piega tutto al proprio potere, e di cui con gioia trionfante si fanno collaboratori, fieri di vedere i più grandi signori cercare la loro protezione e passare pubblicamente per loro creature. Non c'è da stupirsi se, nelle loro mani, la politica di Filippo il Bello si contraddistingue per la violenza fredda e la totale mancanza di scrupoli. La considerazione esclusiva dell'interesse della corona ha preso il posto dell'ideale di giustizia e di carità di San Luigi. Con l'accrescersi costante della propria forza, il potere regio è giunto a non tollerare più ostacoli e a giustificare i mezzi che impiega con i fini che si prefigge.
Lo si capisce subito, dando un'occhiata all'intervento della corona nei Paesi Bassi. Fino a quel momento, essa aveva sempre sostenuto la casata dei Dampierre contro la dinastia rivale dei d'Avesnes, e l'aveva aiutata ad assoggettare la regione di Namur, il paese di Liegi, la Gheldria e il Lussemburgo. Attraverso i Dampierre, introduceva così in quelle zone dell'antica Lotaringia che dipendevano dalla Germania, il potere di uno dei suoi vassalli e l'appoggio che dava al conte di Fiandra contro il conte di Hainaut si ricollegava alla sua abile politica di espansione ai danni dell'impero. Giovanni d'Avesnes si era inutilmente adoperato per interessare Rodolfo d'Asburgo alla propria causa. Non ne aveva ottenuto che vane attestazioni contro Guy de Dampierre. Di giorno in giorno i principi dei Paesi Bassi capivano chiaramente che il loro signore tradizionale non poteva fare niente per difenderli e che l'interesse imponeva a tutti loro di cercare l'amicizia del re di Francia, di cui il conte di Fiandra aveva così largamente approfittato. Giovanni d'Avesnes, con un voltafaccia, si arrischiò a far sondare la corte di Parigi. La trovò pienamente disposta ad accogliere le sue proposte. Nel 1293, rompendo con il passato, entrò decisamente a far parte della clientela capetingia. Filippo il Bello si alleava così al mortale nemico di quella casata di Fiandra su cui aveva la signoria e a cui, secondo il diritto feudale, doveva aiuto e assistenza! Ma oramai, il diritto feudale veniva invocato dalla corona soltanto quando forniva pretesti alle sue mire: in nome della sovranità, essa rifiutava gli obblighi che le imponeva. Aveva ottenuto dal conte di Fiandra i servigi che egli le poteva offrire. Ora che i principi vassalli dell'Impero si rivolgevano al sovrano, diventava inutile e addirittura pericoloso continuare ad alimentare il potere del conte in Lotaringia. Era giunto il momento di dimostrargli che senza l'appoggio del re non era nessuno, riportandolo al ruolo di semplice strumento della corona.
I movimenti sociali di cui le città fiamminghe erano teatro, dalla metà del tredicesimo secolo, offrivano alla politica regia una nuova occasione di intervenire, da cui essa seppe trarre immediatamente ottimo partito. In quei grandi centri industriali che erano Gand, Bruges, Ypres, Lille e Douai, un vero e proprio odio di classe muoveva le masse operaie dei lavoratori dell'industria tessile, follatori, tosatori, tessitori, eccetera, contro i patrizi che esercitavano il governo municipale. Essi rimproveravano agli scabini di governare esclusivamente a vantaggio dell'alta borghesia, di sacrificarli agli interessi dei ricchi mercanti di tessuti e di lana, di ridurli a salari da fame. Erano scoppiati scioperi (takehan), erano state scoperte cospirazioni, e l'esasperazione del popolo andava aumentando, via via che si moltiplicavano le misure di precauzione o di difesa contro di lui. Nel 1280, in tutte le città fiamminghe e vallone, era scoppiata nello stesso momento una rivolta generale che in molte aveva dato luogo a veri e propri scontri sulle piazze. Guy de Dampierre ne aveva approfittato per intervenire. Incapace di dominare con le sue sole forze gli scabinati patrizi che da molto tempo tenevano in aperto dispregio la sua autorità, aveva manifestato tutta la propria benevolenza al popolo, al fine di coinvolgerlo nella difesa delle prerogative del principe. Contro la pericolosa alleanza del conte e del "comune" i patrizi cercarono immediatamente un protettore nel signore del principe, il re di Francia. Già nel 1275, sotto il regno di Filippo l'Ardito, i 39 di Gand, destituiti dalle loro funzioni da Guy de Dampierre, si erano appellati al Parlamento di Parigi. La sentenza era stata equa. Il Parlamento, convinto degli abusi di cui venivano accusati, aveva respinto il loro ricorso, senza però approvare la nuova organizzazione che il conte aveva dato alla città. A questa imparzialità del diritto, i giuristi di Filippo il Bello avrebbero sostituito ben presto il pregiudizio politico. Mossi esclusivamente dall'interesse della corona, per loro non si trattava di giudicare tra il conte e i patrizi, ma di sostenere sistematicamente questi contro quello. Non si risparmia niente per dimostrare che possono contare sul re per qualsiasi cosa e la protezione che viene loro accordata si conferma tanto più potente in quanto ricorre a metodi umilianti per il conte. Semplici "sergenti" vengono inviati nelle città fiamminghe come "sorveglianti" in nome della corona; sui battifredi viene issata la bandiera gigliata, da cui traggono un'immunità che permette loro di sfidare a viso aperto il signore e i suoi balivi. La plutocrazia arrogante che domina le città non ha più niente da temere, da quando si adombra dell'emblema temibile della potenza del re. Può ridersela ormai degli sforzi del conte e del "comune". Si gloria del nome di "gente del giglio", leliaert, come il popolo la chiama per sfregio.
Ai metodi nuovi della politica spietata che si accaniva contro di lui, Guy de Dampierre, minacciato all'esterno dall'alleanza di Filippo il Bello con Giovanni d'Avesnes, e all'interno dal protettorato del re sulle grandi città, non avrebbe avuto niente da opporre, se la guerra tra Francia e Inghilterra, appena ripresa, non gli avesse dato la speranza di rispondere alla forza con la forza.
Dall'inizio del tredicesimo secolo, la monarchia inglese, tutta presa da quei gloriosi disordini civili da cui sarebbe nata la costituzione nazionale, non aveva potuto continuare l'opera di espansione iniziata da Enrico secondo. Sui monti dell'ovest, il principato del Galles manteneva l'indipendenza, e a nord, i re di Scozia non si preoccupavano più del vassallaggio che era stato loro imposto dal grande Plantageneto. Un tale stato di cose non poteva durare a lungo. L'unità geografica di un'isola tende, per forza di cose, a dar luogo all'unità politica. Ma i Gallesi e gli Scozzesi erano, per l'Inghilterra, i vicini più scomodi e pericolosi, e quando Edoardo I decise di sottometterli, la nazione si affrettò ad assecondare i suoi disegni. Il paese del Galles fu riunito al regno nel 1284, conservando un'autonomia di cui il titolo di principe di Galles, attribuito all'erede al trono fu da allora il simbolo. La guerra contro la Scozia fu più difficile. Malgrado l'origine diversa e il diverso idioma, anglosassone nel "paese basso" del sud, celtico sui monti del nord, gli Scozzesi erano animati da un identico sentimento di autonomia. Quando il re Giovanni Baliol ebbe riconosciuto la signoria inglese e prestato giuramento di fedeltà a Edoardo (1292), la loro indignazione fu tale che Baliol dovette recedere dagli obblighi contratti e decidersi a impugnare le armi. Forse avrebbe esitato se non fosse stato incoraggiato a persistere nel suo atteggiamento da Filippo il Bello. Il re di Francia aveva creduto, infatti, di dover approfittare delle difficoltà di Edoardo con la Scozia per estromettere l'Inghilterra dai suoi ultimi possedimenti continentali. Aveva ordinato di occupare l'Aquitania nel momento stesso in cui si legava a Baliol con un trattato, inaugurando così quella politica di alleanza tra Francia e Scozia che, negli alti e bassi della storia d'Europa, si riproporrà per secoli, unendo i due paesi contro il nemico comune. Ma la prima esperienza non fu fortunata. Edoardo, limitandosi a difendere l'Aquitania, diresse tutte le forze contro Baliol, lo fece prigioniero dopo averlo vinto a Dunbar (1296) e fece trasportare la pietra su cui venivano incoronati i re di Scozia nell'abbazia di Westminster, dove si trova tuttora. Il regno di Scozia aveva momentaneamente cessato di esistere e non era più che una provincia inglese.
Edoardo poteva ora volgersi contro la Francia. Ma un attacco con le sue sole forze non aveva alcuna possibilità di successo. Cercò di opporle una coalizione come quella che Giovanni senza Terra aveva messo insieme contro Filippo Augusto, ottant'anni prima. Per quanto decaduto fosse il potere regale in Germania, egli entrò in rapporto con Adolfo di Nassau o, più esattamente, lo prese al soldo e lo indusse a dichiarare guerra con il pretesto di certi territori dell'Impero annessi dalla Francia negli ultimi tempi. Ma egli riponeva le speranze soprattutto sui principi dei Paesi Bassi. Il suo piano consisteva infatti nell'attaccare la Francia dal nord, vale a dire dal solo lato del suo territorio dove non fosse protetta da frontiere naturali. Si dedicò soprattutto a guadagnare alla causa il conte di Fiandra e le sue profferte avrebbero trovato in lui un terreno preparato a dovere dalla durezza di Filippo il Bello. Il 9 gennaio 1297, Guy de Dampierre sfidava il suo signore. La guerra iniziò nel mese di giugno. Adolfo di Nassau, che non aveva voluto toccare le sterline dell'Inghilterra, non si fece vedere. Edoardo sbarcò in Fiandra, ma vi era appena giunto quando in Scozia scoppiò una rivolta generale. In questa situazione, cercò soltanto di tirarsi indietro da una spedizione che gli era impossibile portare a buon fine. Il 9 ottobre, concludeva una tregua con il re di Francia e si precipitava a tener testa al nemico del nord. L'urto che minacciava i due grandi Stati occidentali veniva rinviato. Guy de Dampierre, abbandonato da Edoardo che, nel 1299 firmava, senza rendersene conto, una pace definitiva, rimaneva solo a tener testa all'armata francese. Non ci volle molto perché questa conquistasse la contea dove i Leliaert gettavano lo scompiglio nella resistenza (1300). Il vecchio conte fu trattato da vassallo fellone e fatto prigioniero con i figli. Alla Fiandra, confiscata, fu assegnato un governatore regio. E la sua annessione sembrava presagire a breve termine quella di tutti i Paesi Bassi. Il conte di Hainaut, Giovanni d'Avesnes, divenuto l'alleato stretto di Filippo il Bello, ereditava le contee d'Olanda e di Zelanda e faceva miseramente ritirare il nuovo re di Germania, Alberto d'Austria, che si era spinto fino a Nimega per occuparle. In Francia, si incominciava già a pensare al corso del Reno come alla frontiera naturale del regno. La potenza capetingia era giunta al suo apogeo!



2. La crisi.

Questi eventi furono l'occasione della crisi che avrebbe inferto un colpo mortale a quel potere arbitrale assai mal definito che il papato si arrogava sui principi e sui popoli, in ragione della loro appartenenza alla Chiesa.
Sul punto di arrivare allo scontro, Filippo il Bello ed Edoardo I avevano fatto a gara in preparativi militari e di conseguenza, in spese. Entrambi avevano abbondantemente tassato i beni della Chiesa come se si fosse trattato di una Crociata. Non erano mancate le proteste. Roma ne era stata informata e Bonifacio ottavo credette di dover cogliere questa occasione per ricordare solennemente ai principi i limiti che la teologia assegna al potere temporale. La bolla Clericis laicos (25 febbraio 1296) proibiva tassativamente ai laici di gravare di imposta il clero senza il consenso del papa, annullava tutte le dispense che avrebbero potuto essere accordate a questo riguardo e minacciava di scomunica tutti i trasgressori. Il testo si rivolgeva alla cristianità in generale; non venivano citati né il re di Francia né il re d'Inghilterra, ma nessuno poteva dubitare che fosse rivolta contro di loro. Inoltre, non conteneva niente che si discostasse dai principi sempre proclamati dalle autorità religiose. Dalla fine dell'impero romano, le immunità finanziarie del clero non avevano fatto che aumentare e da secoli venivano considerate naturali quanto le immunità giudiziarie di cui godeva.
Nel conflitto che si apriva, non era il papa, erano i re a violare la tradizione. I ruoli erano ripartiti esattamente all'inverso di come erano distribuiti durante la guerra delle investiture. Là, Enrico quarto, di fronte a Gregorio settimo, aveva agito da conservatore che difendeva i diritti acquisiti contro le pretese rivoluzionarie. Qui, i diritti acquisiti erano dalla parte di Bonifacio ottavo e le pretese rivoluzionarie partivano da Filippo e da Edoardo. Solo che, tra Enrico quarto e Gregorio settimo, la questione si poneva sul piano religioso e l'opinione pubblica si era pronunciata per ciò stesso in favore del papa. Tra Bonifacio e i due sovrani, invece, si poneva sul piano politico: metteva infatti in discussione la sovranità monarchica, l'esistenza stessa dello Stato, gli interessi più evidenti delle nazioni, e questa volta il sentimento generale, anziché sostenere Roma, le si sarebbe rivoltato contro.
Il papa, evidentemente, non si aspettava l'opposizione che avrebbe sollevato. Tutto il suo comportamento dimostra come egli non abbia capito che, dai tempi di Innocenzo quarto e di Federico secondo, in Europa, c'è qualcosa di cambiato e che la Francia e l'Inghilterra del 1296 non sono più quelle di un secolo prima. Egli non ha veduto che i diritti della corona poggiavano sul consenso dei popoli e che la solidarietà nazionale si era fatta abbastanza forte - non solo presso i laici, ma in seno allo stesso clero - da respingere qualsiasi tentativo di intervenire negli affari del re, di paralizzarne il governo e di comprometterne le finanze e la forza militare in nome dei privilegi della Chiesa. Se Filippo ed Edoardo fossero stati abbandonati dai sudditi, o per scrupolo religioso o per indifferenza, non sarebbe loro rimasto altro da fare che sottomettersi umilmente. Ciò che li ha fatti trionfare è la consapevolezza di avere dalla propria parte l'assenso del popolo, vale a dire la forza morale, la sola che permettesse loro di vincere in un conflitto di questo genere.
Né l'uno né l'altro ritennero di doversi spiegare. Edoardo considerò la bolla come non emessa e continuò a riscuotere l'imposta proibita. Filippo agì in modo da dimostrare al papa quanto fosse pericoloso intervenire nei suoi affari: minacciato nelle proprie finanze, minacciò a sua volta quelle del papa. Proibì l'uscita del denaro e delle lettere di credito fuori dalle frontiere del regno. Improvvisamente, tutti i profitti che il papato riscuoteva dalla Francia e tutti quelli che vi faceva passare tramite i suoi banchieri italiani furono interrotti.
Tanto maggiore era il suo bisogno di denaro e sviluppato il suo sistema fiscale, tanto più duro era il colpo che si abbatteva su di lui. Un secolo prima, una risposta del genere sarebbe stata impossibile, perché mancavano i mezzi per metterla in atto. Ora invece, la monarchia francese aveva un potere così vasto e un'amministrazione così completa e ben addestrata, che l'ordine dato fu puntualmente eseguito. Lo Stato attaccato si difendeva con i propri mezzi e l'Europa assistette allo spettacolo nuovo di un sovrano che resiste agli ordini di Roma opponendo ad essi una semplice misura amministrativa. L'imprevedibilità dell'evento disorientò Bonifacio ottavo. L'intervento nella guerra di Sicilia e, nei suoi Stati, la rivolta dei Colonna, rendevano urgente il suo bisogno di denaro. Bisognava prima di tutto che la frontiera di Francia si riaprisse. Per ottenere questo, si rassegnò a fare al re proposte che dovettero costare molto al suo carattere altero. Senza ritirare la bolla, ne attenuò il tono al punto da toglierle ogni rilevanza pratica e la canonizzazione di San Luigi, pronunciata nel 1297, potè apparire un omaggio reso alla casata di Francia.
Appena chiuso questo incidente, se ne apriva un altro. Come i suoi predecessori, Bonifacio ottavo si cullava nella speranza di unire l'Europa in una nuova Crociata. Poiché la guerra tra Francia e Inghilterra, i due Stati più potenti dell'Occidente, rendeva irrealizzabile un'impresa del genere, offrì la propria mediazione ai belligeranti. Restò inteso, per riguardo alla loro suscettibilità, che si trattava soltanto di un passo assolutamente privato e fatto a titolo personale. Ma, poiché la pace fu solennemente promulgata in una bolla, Filippo il Bello vide in ciò un attentato ai propri diritti sovrani, l'affermazione della supremazia temporale del papato sulla corona e manifestò subito il proprio risentimento accordando apertamente l'appoggio ai Colonna.
Nel momento in cui la situazione si andava così facendo sempre più tesa, si aprì il grande giubileo dell'anno 1300. Era la prima solennità del genere che vedesse l'Europa, e per il papa fu un trionfo senza eguali. Da tutti i luoghi della cristianità i fedeli affluirono a Roma a centinaia di migliaia (si dice 200.000), per guadagnare le indulgenze concesse a coloro che avessero visitato la tomba degli apostoli. Gli omaggi di venerazione e d'amore che le masse entusiaste tributarono a Bonifacio ottavo lo inebriarono di orgoglio. Dimenticò le disavventure degli ultimi anni; avendo visto tanti pellegrini ai suoi piedi, credette che i re e i popoli fossero pronti anch'essi a inchinarsi ai suoi ordini. Non tardò a rendersi conto che la sincerità del loro fervore religioso e della loro devozione alla Chiesa non arrivava al punto di sacrificare l'indipendenza e la dignità.
Edoardo I aveva approfittato della pace con Filippo il Bello per muovere contro gli Scozzesi. All'appello di questi, Bonifacio ottavo era intervenuto, lo aveva accusato di violenza e d'ingiustizia e rivendicato il diritto di pronunciarsi tra le due parti. Egli si rivolgeva soltanto al re; il re decise di interpellare la nazione, e nel mese di gennaio del 1301, il Parlamento fu chiamato a pronunciarsi sulle pretese avanzate dal papa. Così, la famosa questione della sovranità temporale e dei suoi limiti, di cui fino a quel momento non si erano occupati altro che eremiti, teologi e giuristi, sarebbe stata affrontata dai rappresentanti di tutto un popolo. La loro risposta fu un'affermazione categorica dei diritti sovrani della corona. Prelati, baroni, cavalieri e borghesi furono tutti indignati per l'intromissione del papa in una guerra che era del popolo e che si era gloriosamente conclusa con la battaglia di Falkirk (22 luglio 1298). "Mai", risposero, "sopporteremo che il nostro re si sottometta a richieste tanto inaudite."
Bonifacio non rilevò queste parole. Nel momento in cui gli giunsero, i suoi rapporti con la Francia avevano assunto un carattere di tale gravità, da non permettergli di complicarli con una disputa con l'Inghilterra. Alla richiesta dell'arcivescovo di Narbonne, che lamentava la confisca di certi feudi di pretesa appartenenza della sua Chiesa, aveva inviato a Parigi, come legato, il vescovo di Pamiers, Bernard Saisset. Il linguaggio altezzoso del legato aveva ferito il re. Questi non lo diede a vedere; lasciò che riferisse l'esito della missione a Roma, poi, non appena ebbe fatto ritorno alla sua sede vescovile, lo fece arrestare e accusare da Pierre Flote, suo cancelliere, di lesa maestà, di ribellione, di eresia, di spergiuro e di simonia. Un'assemblea di prelati e di dottori lo riconobbe colpevole, e fu fatta richiesta al papa di destituirlo dalle funzioni episcopali.
A queste misure, il papa rispose reclamando la liberazione immediata di Saisset, rimettendo in vigore la proibizione di gravare di tasse i beni della chiesa e convocando a Roma il clero di Francia per deliberare insieme sui modi per punire il re. Nello stesso momento, indirizzava personalmente a quest'ultimo la bolla Ausculta fili, nella quale gli ricordava come Dio avesse posto il successore di San Pietro al di sopra dei principi e degli Stati. "Per questo motivo", gli diceva, "non devi credere a coloro che vorrebbero convincerti che non hai superiori. Chi pensa così sbaglia, e chi persiste in questo errore è un infedele." Innocenzo terzo non avrebbe parlato diversamente e San Tommaso d'Aquino, alla metà del secolo, aveva diffusamente esposto la teoria a cui si ispirano tali parole. Questa volta, tra i giuristi e i dottori, esse fecero nascere antagonisti appassionati. Pierre Dubois e Giovanni da Parigi, autore del Dialogue entre un clerc et un chevalier, respinsero con indignazione la pretesa del papa di intervenire in materia temporale. Secondo loro, la sua competenza è limitata soltanto alle materie squisitamente religiose. Arrivano perfino a mettere in dubbio la legittimità della sua sovranità romana e uno di loro (Giovanni da Parigi) fa risalire la decadenza della Chiesa alla donazione di Costantino! Queste cose, Federico secondo e Pier delle Vigne le avevano già dette tutte, o quasi. Ma le discussioni non agitavano che i letterati e la crisi non sarebbe stata grave se si fosse limitata a una battaglia di libelli. E invece, Filippo il Bello, come Edoardo I l'anno precedente e senza dubbio ispirandosi al suo esempio, decise di fare di una disputa personale la disputa di tutto il suo popolo. La Francia non aveva un Parlamento. Mai i rappresentanti di tutta la nazione erano stati ancora chiamati a dare un consiglio alla corona. Questo grande dibattito che metteva in gioco il principio stesso della sovranità regale, fu occasione della prima convocazione degli Stati Generali, inizio degno di quelle assemblee, l'ultima delle quali, cinque secoli dopo, avrebbe proclamato i diritti dell'uomo e dato il via alla Rivoluzione.
I delegati del clero, della nobiltà e della borghesia si riunirono a Notre-Dame de Paris il 10 aprile 1302. L'opinione era stata sovreccitata ad arte da manovre che tradiscono lo spirito di un governo per il quale tutti i mezzi sono buoni se portano al successo. False bolle oltraggiose per il re, una falsa risposta oltraggiosa per il papa erano state divulgate in lungo e in largo, metodi ancora grossolani, ma caratteristici di un'epoca in cui la politica incominciava a sentire l'esigenza di appoggiarsi sul sentimento popolare. Pierre Flote espose la disputa davanti agli Stati Generali. Tutti, il clero come i laici, si dichiararono con entusiasmo a favore del sovrano. Il clero fece pervenire al papa la propria risposta in lingua latina, gli altri due ordini indirizzarono la loro, in francese, ai cardinali.
Da quel momento, la causa del papa era perduta. Gli Stati Generali con risonanza assai maggiore di quanto non avesse fatto l'anno precedente il Parlamento d'Inghilterra, risolvevano la questione della sovranità in favore della corona, vale a dire in favore dello Stato. Era bastato che un'assemblea nazionale si pronunciasse, e il risultato che gli imperatori avevano cercato di perseguire fino all'estremo delle loro forze in due secoli di lotte che avevano insanguinato la Germania e l'Italia, era raggiunto. Un tempo, alla forza brutale dei Cesari germanici, Roma aveva opposto vittoriosamente la forza morale; la sua resistenza ai loro tentativi di dominio universale aveva indotto le nazioni a stringersi intorno alla sua causa e l'Italia, unendosi a lei contro gli Hohenstaufen, aveva combattuto al tempo stesso per la propria libertà. Oggi, i suoi antichi alleati l'abbandonavano perché adesso era lei a minacciare la loro libertà e la loro indipendenza. La Germania non era stata solidale con la politica degli imperatori; la Francia era solidale con quella del suo re. Cosa fare, contro questa dichiarazione di guerra di tutto un popolo? A chi rivolgersi? All'Inghilterra? Ma la questione dibattuta dalla Francia, su questo punto, era la stessa dell'Inghilterra. Anzi, era la stessa di tutte le nazioni. Perché, a differenza degli imperatori, la Francia non pretendeva di far violenza al papato e di tiranneggiarlo per il proprio tornaconto; esigeva soltanto che il papato non si arrogasse il diritto di intervenire nelle sue questioni di governo; non minacciava nessuno, rivendicava semplicemente la propria autonomia temporale e l'interesse di ogni Stato doveva far desiderare che riuscisse. Bonifacio ottavo si trovò dunque isolato di fronte a lei. L'ironia della storia volle che, non sapendo a chi ricorrere, si volgesse al re di Germania, Alberto d'Austria, di cui fino a quel momento si era rifiutato di riconoscere l'elezione e che, risollevando per necessità quella maestà imperiale che i suoi predecessori avevano tanto umiliato, gli ricordasse che aveva il primato su tutti i regni "e che i Francesi mentivano quando dicevano di non avere superiori, perché erano giuridicamente sottoposti all'imperatore". La bolla Unam sanctam, che pubblicò il 18 novembre 1302 è l'ultima affermazione solenne che Roma abbia fatto del proprio primato sul potere temporale. Vi si ritrova esposta diffusamente la teoria tradizionale dei due scettri e la subordinazione di tutti i principi al successore di Pietro, ratione peccati.
Così, le pretese contraddittorie dello Stato e della Chiesa si scontravano frontalmente. Le cose avrebbero potuto fermarsi qui. Infatti, la dichiarazione di principio contenuta nella bolla, ormai, non era altro che una manifestazione inoffensiva. Ma Filippo il Bello era deciso a distruggere l'avversario. Aveva la possibilità di usare contro di lui un'arma terribile e la sua politica non era solita risparmiare il nemico.
Personalmente, infatti, Bonifacio ottavo, nei suoi confronti, si trovava in una brutta situazione. L'ortodossia del re era troppo incondizionata e troppo palese perché fosse possibile lanciare contro di lui, come un tempo contro Federico secondo, la temibile accusa di eresia. Sul piano religioso, la sua posizione era solidissima, mentre quella del papa non lo era. L'elezione di Bonifacio, avvenuta quando il suo predecessore era ancora in vita e grazie alla sua abdicazione, era un fatto così strano che i suoi nemici non avevano perso l'occasione di invocarla da molto tempo come causa di nullità. I Colonna andavano ripetendo che il papa non era altro che un intruso e Filippo il Bello aveva troppo interesse a che questo fosse vero per non credere, o fingere di credere, che avessero ragione. Nel mese di giugno del 1303, una nuova assemblea degli Stati Generali approvò il suo proposito di sottoporre la questione a un Concilio generale. L'impulso era stato dato e fu scrupolosamente sostenuto dai fautori della corona. L'Università di Parigi, i monasteri e le città fecero a gara per reclamare il Concilio, mentre il governo incitava gli Stati stranieri in favore di questo progetto.
Nel frattempo, Nogaret veniva mandato in Italia per mettersi in rapporto con i Colonna, catturare il papa e cercare di strappargli il consenso ad abdicare. Nogaret lo sorprese il 15 agosto ad Anagni. La violenza non riuscì a piegare il vegliardo. Minacciato di morte dai Colonna, rimase irremovibile, opponendo alla loro furia una maestà altera e rimanendo degno di sé, nell'ora della catastrofe. Ma quest'ultimo colpo lo aveva spezzato. Liberato da una sommossa popolare, rientrò a Roma solo per morirvi il 12 ottobre 1303.
La sua morte non risolse niente. L'appello del re di Francia al Concilio avrebbe pesato come una minaccia sui suoi successori. Benedetto undicesimo (1303-1304) visse troppo poco per risolvere questo angoscioso problema. Clemente quinto (1305 -1314) lo evitò soltanto impegnando il papato in una crisi che finì col distruggere il prestigio senza precedenti di cui aveva goduto nel tredicesimo secolo.
La sua elezione, alla quale i cardinali si rassegnarono soltanto dopo undici mesi di delibere, era già una sconfessione clamorosa a Bonifacio. Il nuovo papa, infatti, era francese e, nominandolo, il Conclave si piegava alla volontà di Filippo il Bello. Si sarebbe ben presto reso conto di aver posto sul trono di Pietro un pontefice incapace di dimenticare di esser nato suddito del re di Francia. Clemente quinto non si accontentò di fare entrare in massa nel Sacro Collegio parenti e protetti del suo sovrano; imbevuto della preminenza che la sua patria ha acquistato in Europa, è insensibile alla maestà di Roma e alla tradizione dodici volte secolare che ha fatto, della città degli imperatori, la città dei papi. Per questo Francese, l'aurea Roma è una città come un'altra, che il clima rende malsana, la popolazione capricciosa poco sicura, e che certamente deve sembrargli assai inferiore a Parigi. Il papato non è forse là dove si trova il papa? E che cosa importa allora che egli abiti in Laterano e pontifichi in San Pietro? Clemente quinto fissa la propria residenza ad Avignone, dove i suoi successori sarebbero rimasti fino al 1378. Non c'è dubbio che Avignone sia una proprietà della Chiesa romana. Ma circondata da terre che appartengono al re di Francia, di fatto, si trova in Francia, e, su questo punto, lo straniero non si è sbagliato. Abbandonando le rive del Tevere per quelle del Rodano, i papi abbandonavano la posizione che avevano occupato, da un secolo a questa parte, tra Dio e i sovrani e si riducevano, se non sempre di fatto per lo meno in apparenza, al rango di protetti e di strumenti della corona di Francia. A questo aveva portato la politica di Bonifacio ottavo! Che cosa importava ormai il processo fatto alla sua memoria? Filippo il Bello continuò ancora per qualche anno a intimidire il papa. Dopo avergli strappato, nel 1312, la condanna dei Templari, alle cui ricchezze aspirava, non ne parlò più. A che pro? Che cosa rimaneva oramai delle altere dichiarazioni della bolla Unam sanctam, e qual era la possibilità che in avvenire i papi, rivolgendosi ai re di Francia, parlassero ancora in quel tono? Vero è che le enunciazioni che conteneva continuavano a sussistere. In teoria, le pretese del papato erano intatte. Ma in realtà, almeno rispetto alla Francia, ormai non erano altro che dichiarazioni inoffensive. Filippo il Bello non chiedeva di più. In politica, bisogna considerare solo il risultato pratico, e questo era stato più decisivo e soprattutto più rapido di quanto non si fosse osato sperare. Nello scontro tra la Chiesa e lo Stato nazionale, quest'ultimo si era dimostrato il più forte. Adesso era la volta del papato a vacillare sotto le rovine del potere imperiale che aveva abbattuto. Sembrerebbe quasi che, lasciando Roma per Avignone, il papa abbia voluto cercare di dissimulare la propria umiliazione su un teatro meno in vista.
Così, il tredicesimo secolo ne vede a un tempo la massima potenza e la caduta. Nel momento in cui, trionfando dell'impero, il papato credeva di poter prendere la guida dell'Europa, unirla in uno stesso slancio contro l'Islam e mettere tutti i popoli sotto la propria tutela, le trasformazioni economiche e politiche che erano avvenute, e a cui non aveva fatto caso, rendevano impossibile la realizzazione dei suoi disegni. L'alto ideale che aveva concepito in un'epoca di civiltà agricola e di regime feudale non corrispondeva più alle realtà sociali. La fede rimaneva viva e diffusa come un tempo, la disciplina ecclesiastica si imponeva anche in maniera più integrale di quanto non avesse mai fatto. Ma gli uomini, nella Crociata, vedevano ormai soltanto una chimera irrealizzabile, tanto era profonda la modificazione che i progressi del commercio e della vita urbana avevano portato ai costumi e al genere di vita. E al tempo stesso, il costituirsi, in Francia e in Inghilterra, di Stati nazionali per i quali il bisogno di un'amministrazione autonoma e di una politica indipendente nasceva dalla necessità di rimanere tali, avrebbe portato inevitabilmente il conflitto là dove è sprofondato Bonifacio ottavo. Tuttavia, la politica cristiana ha potuto realizzarsi per un breve istante, sotto il regno di San Luigi. È anche il momento più bello del tredicesimo secolo, una schiarita nella tempesta continua dove le forze tumultuose della vita trascinano l'umanità.
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FINE Parte 3.